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domenica 28 maggio 2017

Il Cricket e La Storia Delle Ashes (Ceneri)

Le origini del Cricket si collocano a cavallo tra il XIV e il XV secolo, nel sud dell’Inghilterra, come sport praticato dalla classe borghese.
Da li il cricket si è poi diffuso nelle colonie dell’impero britannico affermandosi in Oceania (Australia e Nuova Zelanda), Sudafrica, India e fino ai possedimenti caraibici britannici (Sri Lanka, Pakistan, etc).
Uno sport che fa strano dirlo appassiona milioni di persone, sparse per il mondo, per lo più in Inghilterra e nelle ex colonie dell'Impero britannico.
Partite che durano giorni (un match può durare anche 30 ore, distribuite in 5 giorni), regole del gioco che contano meno dello "Spirito del Gioco".
Simile al Baseball, almeno in teoria.
Si gioca in 11 e le zone del campo si possono chiamare Pitch o Crease, ci sono giocatori che fanno i Wicket-keepers, e i punti si segnano correndo tra le basi dette Wickets, composti da tre paletti, che va colpito e possibilmente abbattuto.
Gli inglesi ne vanno pazzi tanto che lo insegnarono a tutti i loro possedimenti coloniali nell'800.
E' proprio contro l'Australia che l'Inghilterra gioca il suo Test match più importante, quello dalla rivalità più antica ed esasperata: l'Ashes (o almeno, così, verrà in seguito battezzato).


PRIMO TEST MATCH
In realtà il primo incontro si disputa nel 1877 ma le Ashes vere e proprie nasceranno 5 anni dopo.
Nel 1877 a Melbourne vincono gli australiani, circa 2 settimane dopo gli inglesi si rifanno.
La supremazia dei colonizzatori era stata comunque messa in dubbio.
Le Ashes si disputano dal 1882, da quando cioè il Cricket inglese subì la sua più clamorosa sconfitta.
Quella di perdere per la prima volta una partita sul proprio terreno di gioco, il mitico "The Oval" (di Londra, dal non confondere con lo stadio del Glentoran di Belfast).
La cosa è stata molto enfatizzata ma va ricordato che il Cricket, gli inglesi, l'avevano portato in Australia già nel 1803.
Un quotidiano locale, lo Sporting Times, pubblicò un necrologio satirico annunciando la "morte del cricket inglese, la cremazione del suo corpo e il trasporto delle sue ceneri in Australia".
Da qui il nome di Ashes (ceneri) che, secondo la leggenda, vennero contenute in una piccola urna di terracotta (tuttora custodita nel museo di uno dei Cricket club più prestigiosi di Londra, quello di Marylebone).


LA RICONQUISTA DELLE CENERI
Nel dicembre del 1882 Ivo Bligh capitanò la selezione inglese in tre test match in terra australiana.
L'Australia vinse la prima partita, ma la selezione inglese conquistò le ultime due vincendo la serie.
Al termine del terzo test match, Bligh fu trattenuto da due signore australiane che gli consegnarono una piccola urna con al suo interno le ceneri di alcuni bail (i paletti delle porte del Cricket).
Bligh riportò in patria l'urna e i tifosi affermarono che le ceneri erano state riconquistate.
Quella tradizione non si sarebbe più persa.
Da quel momento, l'Inghilterra ha sempre cercato in tutti i modi di vendicare l'onta subita.
Dal 1882 (prima edizione) al 1890, gli inglesi vinceranno tutte e 8 le serie.
La prima serie vinta dall'Australia fu nel 1891 (2 partite ad 1).
Dopo di ciò, il tutto si equilibrerà con Ashes vinte dagli inglesi o australiani.
Una lunga serie di vittorie di una delle due va dal 1989 al 2003 con 8 vittorie australiane.
La vittoria del 2005, al termine di una delle Series più combattute della storia, fu la prima per gli inglesi dopo 18 anni di sconfitte (8 serie appunte), e la prima in casa dal 1985.
Kevin Pietersen e il battitore Andrew Flintoff divennero personaggi di culto popolare, richiesti da tutti per interviste televisive.
Nel 2006 l'Australia riconquistò l'Ashes.
Poi dal 2009 al 2015, gli inglesi vinceranno 4 serie su 5, perdendo solo nel 2013.


EDIZIONI STORICHE
Due in particolare: Headinglry 1981 ed Edgbaston 2005.
Nel 1981 si concretizzò una delle rimonte più incredibili della storia del Cricket e dello sport in generale: Ian Botham entrò con 7 out e l’Inghilterra sotto 1-0 nella serie...segnò 149 Runs.
Nel 2005 gli inglesi vinsero di due Runs (la partita a più stretto punteggio di sempre).


MECCANICA DI GIOCO
Entrambe le squadra vestono in bianco.
Il campo, in genere ovale o rettangolare, può in realtà essere di qualsiasi forma perché non è regolamentato, ad eccezione della corsia al centro del campo dove si fronteggiano battitore e lanciatore, detta Pitch, che deve essere lunga circa 20 metri e larga 2.
Scopo del gioco è quello di mettere a segno più punti possibile e di non farsi eliminare quando si è in battuta.
I punti vengono chiamati Runs (corse) e si segnano correndo tra i due estremi del Pitch.
Per segnare una corsa il battitore deve, dopo aver colpito la palla, correre al lato opposto dell'area di lancio Pitch, mentre contemporaneamente il suo compagno che non ha eseguito la battuta e si trova al lato opposto del Pitch correrà verso la linea di battuta (Batting Crease).
Entrambi i corridori devono toccare il terreno oltre la Popping Crease (la linea dell' estremo del Pitch) con la mazza.
Ogni volta che i battitori si scambiano di base viene assegnato un punto.
Se il colpo è stato particolarmente efficacie, i due corridori possono provare anche a scambiarsi nuovamente, mettendo a segno tante corse per quante volte riescono a scambiarsi di posto (sino a quando la difesa lo permette).
Il lanciatore e i difensori devono cercare di far marcare meno Runs possibili ed eliminare il prima possibile 10 battitori avversari per concludere l'inning.
Esso può concludersi anche per esaurimento del tempo di gioco.
Un battitore può essere eliminato tramite Caught (palla presa al volo), se la palla colpisce il Wicket mentre uno dei due battitori tenta una corsa e si trova al di fuori del Crease, se il lancio colpisce il suo Wicket, quando la palla colpisce una parte del corpo del battitore invece della mazza impedendo così alla palla di colpire il Wicket, se la palla è giocata con le mani, se durante il lancio esce dalla sua linea di battuta mancando la palla e il Wicket-keeper colpisce con quest'ultima il Wicket (Stumped), se il battitore colpisce il Wicket con una parte del suo corpo durante il lancio (Hit Wicket), se è bloccata una palla lanciata verso il Wicket mentre si trova fuori dal crease (Obstructing The Field), se colpisce la palla con la mazza per due volte, a causa del ritiro del battitore, se quest'ultimo non si presenta in battuta.
Una volta terminato l'innings le due squadre si invertono, quindi la squadra che era in battuta va al lancio e quella al lancio va in battuta (simile al Baseball).
La squadra che nell'ultimo Innings va in battuta riceve un target ovvero un obbiettivo di Runs da raggiungere (corrispondente alla differenza di Runs tra le due squadre maggiorata di 1).
Nel momento del raggiungimento del target la partita termina.
Per vincere, è necessario, oltre a segnare più punti, anche l'eliminazione di tutti gli avversari per ogni Inning disponibile


FORMATO ATTUALE ASHES
- Le Ashes rappresentano una serie di 5 sfide (la vittoria va alla squadra che si aggiudica più vittorie)
- In caso di parità al termine della serie, la vittoria va alla squadra detentrice del trofeo
- Il torneo si disputa ogni 2 anni, alternativamente in Inghilterra e in Australia (essendo però il Cricket uno sport che si pratica solo in primavera/estate ed essendo le stagioni invertite tra emisfero Boreale ed Australe, di fatto tra l’edizione inglese e quella australiana passano 18 mesi, mentre tra quella australiana ed inglese...30).



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venerdì 26 maggio 2017

Quando Sam Bartram Venne Abbandonato Nella Nebbia: Chelsea v Charlton (1937)

"Fantasmi a Stamford Bridge: partita abbandonata"

Siamo nel 25 dicembre del 1937.
Come da tradizione, in UK si scende regolarmente in campo, per i calciatori inglesi le festività non esistono (ai tempi ma pure oggi).
Quell'anno è ricordato per la fitta coltre di nebbia che portò al rinvio di più della metà delle partite.
In molti casi i match vengono rinviati a data da destinarsi, mentre altri interrotti una volta cominciati. Per i giocatori era difficile vedere anche i compagni più vicini ed era quindi impossibile sviluppare una qualsiasi trama di gioco.
Quasi tutte, appunto.
Chelsea v Charlton, viene però giocata.
In quel pomeriggio a Stamford Bridge sono pronti a darsi battaglia in un infuocato derby londinese.


INIZIO DELLE OSTILITA'
La partita comincia regolarmente ed entrambe le squadre vanno a segno nella prima frazione di gioco.
All'intervallo, però, la nebbia si abbassa, invade completamente il terreno di gioco e gli spalti rendendo quasi impossibile il proseguimento del match.
I calciatori tornano in campo e riprendono a giocare.
Dopo 10 minuti l'arbitro fischia la fine, interrompe la partita e fa rientrare le squadre negli spogliatoi.


SCENDE LA NEBBIA E IL MATCH E' SOSPESO
La nebbia, anche a Stamford Bridge, ha avuto la meglio.
E così i giocatori, dispiaciuti quanto impotenti, fanno rientro negli spogliatoi: siamo al 60esimo.
Tutti, tranne uno.
Sam Bartram, portiere del Charlton, non si accorge di quello che sta accadendo.
La nebbia è troppo fitta e lui, più lontano rispetto agli altri dalle azioni di gioco, non può far altro che aspettare di intravedere qualche sagoma nella foschia.
Dopo quasi mezz'ora dal fischio finale dell'arbitro, l'estremo difensore vede farsi avanti una figura non meglio definita.
E' è un poliziotto.
Che cosa ha spinto un poliziotto ad avventurarsi sul terreno di gioco nel bel mezzo di una partita?

"Ehi tu, che diavolo stai facendo lì? La partita è stata interrotta da oltre 20 minuti, il campo è completamente vuoto!"

Sam non perde un secondo in più.
Corre verso gli spogliatoi e raggiunge i compagni che non solo si sono già lavati e cambiati, ma lo accolgono tra applausi ironici.
Uno che quando si sposò lasciò la moglie appena dopo l’uscita dalla chiesa per correre allo stadio e giocare perchè c’era Charlton-Middlesbrough: il ricevimento di nozze poteva attendere.

Bartram: "All'epoca eravamo in cima alla classifica quindi credevo stessimo dominando il Chelsea. 
Camminavo avanti e indietro verso la linea di porta, felice di vedere che il Chelsea veniva schiacciato nella sua metà campo. 
Ovviamente, però, non stavamo mettendo la palla in rete. 
Il tempo passava, e mi sono affacciato diverse volte oltre la linea dell’area di rigore, scrutando nell’oscurità, che si faceva sempre più spessa. Ma ancora non riuscivo a vedere nulla. 
La difesa del Chelsea chiaramente si stava facendo in quattro perché per un tempo più o meno lungo non li vidi calcare la nostra metà campo. 
I minuti passavano e nonostante le mie camminate all'esterno dell'area di rigore, non riuscivo a intravedere nessuno. 
Ovviamente, nessuno aveva segnato, altrimenti mi sarei accorto di qualche figura a centrocampo.
Poco dopo, l'arrivo del poliziotto, mi chiarì le idee"
Il Charlton passato nel giro di 3 anni dalla terza divisione alla prima divisione, concluderà la stagione citata al 4° posto in classifica, a sole 6 lunghezze dall'Arsenal campione. Sam Bartram, invece, morto nel 1981, può vantare una statua in suo ricordo all'esterno del The Valley dopo aver giocato 22 anni (l'intera carriera) a difesa dei pali del club londinese (vinse anche una FA Cup nel 1947).
Fa parte delle leggende del club e non solo per questo simpatico episodio.



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martedì 23 maggio 2017

Phil Jackson Contro LeBron James: Insulti Razzisti? (NBA)

A fine 2016 Phil Jackson e LeBron James sono stati protagonisti di un duello a distanza per via di presunti frasi razziste da parte di Jackson.
Jackson alla guida dei New York Knicks con meno del .500 di vittorie e con evidenti difficoltà nel recepire gli schemi tattici di Phil Jackson (l’attacco a triangolo) in un'intervista gli venne chiesto un parere su LeBron James.
In particolare Jackson raccontò di quando LeBron James, allora giocatore dei Miami Heat, andasse a Cleveland in trasferta e chiedesse di passare una notte in più nella sua città.
Tutto era partito dall’analisi del difficile ruolo di Pat Riley e proprio dal fatto che dalla stagione successiva alla partenza di James sia iniziato un periodo difficile per gli Heat:

"Deve essere stata dura perdere LeBron, come uno schiaffo in piena faccia. 
Credo che qualcosa si sia rotto quando la squadra era a Cleveland e voleva restare una notte in più. Gli Heat non erano abituati a farlo, non era la loro politica, e Spoelstra ha chiesto a Riley come dovesse comportarsi. 
La risposta è stata di restare con la squadra, ma non è possibile far cambiare così i programmi solo perché tu, tua madre e la tua posse volete passare una notte in più in una città"
Jackson ha poi aggiunto: "So che a LeBron piace avere trattamenti privilegiati"

La parola posse (banda/gang), di derivazione spagnola, è legata ad ambienti di criminalità ed è usata con accezione negativa legata a persone afroamericane.

La risposta di LeBron James non si fece attendere: "Phil Jackson era alla guida dei Bulls di Michael Jordan, il mio idolo. Sono cresciuto vedendolo allenare e vincere con i Lakers. Ora per lui ho perso tutto il rispetto: zero assoluto. È frustrante sapere che nonostante uno cerchi di farsi la propria carriera dentro e fuori dal campo, l’appellativo per gli afroamericani sia ‘posse’. Se si cerca la definizione della parola ‘posse’, non rispecchia di certo quello che ho cercato di costruire della mia carriera, ne io ne la mia famiglia siamo così. Penso che Jackson l’abbia usato solo perché siamo afroamericani che provano a fare la differenza"
Carmelo Anthony ha provato a placare i toni, dichiarando che in nessun modo le parole di Jackson volevano essere razziste, ma James ha chiuso così: "Non mi sorprende che abbia detto cose del genere ai media. 
Pensate cose possa dire a microfoni spenti. Ha decisamente del lavoro da fare per migliorare".

Coach Lue ha cercato di chiarire lo stile di leadership di James: "Sappiamo tutti che è uno dei migliori giocatori di tutti i tempi e, al momento, il migliore in attività. 
Lo sappiamo e ne siamo consapevoli, ma LeBron non chiede trattamenti speciali. 
È una gran cosa quando sei un leader e vuoi essere sempre dentro alle cose invece di emergere. 
Ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di essere uniti come squadra, come gruppo affiatato. 
E LeBron lo capisce. Non vuole quel genere di trattamenti.

Anche Tristan Thompson, in qualità di compagno di squadra, ha detto la sua: "Lui ha sempre attenzioni per noi e si prende cura di tutti. Non ho mai incontrato una persona che si prenda a cuore gli altri a quel livello. 
Phil Jackson ha fatto i suoi commenti, che sono quel che sono, ma… Io sto con LeBron".

Invece a gettare ulteriore benzina sul fuoco c'ha pensato Charley Rosen, amico di  Jackson, del quale è stato assistente tra il 1983 e il 1986 sulla panchina degli Albany Patroons nella Continental Basketball Association (CBA).
Rosen non risparmia le critiche a LeBron e ritiene esagerata la sua reazione:
"Tutte cazzatee. All’improvviso è diventata un’offesa.
Allen Iverson parla dei suoi ragazzi in questi termini. Sta portando il politicamente corretto all’ennesimo grado.
Ci sono stati degli allenatori razzisti nella NBA e Phil non è nemmeno vicino ad essere uno di loro. 
È stato tutto esagerato. È una polemica costruita. 
Perché Lebron è così sensibile a questo? È Phil Jackson. 
Se un poveraccio avesse detto questo ok, ma è Phil Jackson.  
Non avrò più rispetto nei suoi confronti. Ridicolo. Ci sono argomenti più sensibili dal punto di vista razziale di cui preoccuparsi, invece di perdere le staffe per la parola “posse”.



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domenica 21 maggio 2017

L'Hemp Olympics e La Cannabis Cup In Australia

Siamo a Nimbin (Nuovo Galles), precisamente Australia.
Questa piccola cittadina conta circa 3mila abitanti ed è nota soprattutto per la coltivazione di Marijuana.
La polizia ha cercato di diminuire il traffico e le coltivazioni ma con scarsi risultati, visto che non c’è mai stata una vera e propria legge che ha soppresso il “life-style” degli abitanti.
Si continua incessantemente a promuovere la cultura del fumo.


HEMP OLYMPICS
Questa cittadina australiana dal 1973 è stata “presa d’assalto” dagli hippie, soprattutto tra fine aprile ed inizio maggio (Mardi Grass).
Quell’anno, infatti, ci fu la prima edizione dell’Acquarius Festival che chiamò a raccolta i Figli dei Fiori del continente australiano.
Altra annata cruciale per il paese, fu quella del 1993.
Da allora si festeggia, ogni primo fine settimana di maggio, il Mardi Grass Festival: un evento “da sballo”.
Tra le attività: le Olimpiadi della Cannabis (Hemp Olympics) e la Cannabis Cup.
Tra gli "sport" principali la staffetta dove al posto del canonico testimone ci si passa una canna.
Altre prove sono: abilità nel caricare un bong o velocità nel rollare una canna.
Molto bizzarra anche la gara "Growers Iron Person Event". chi aderisce, corre prima con un sacco di concime di 40 kg su per una collina, poi trasporta un secchio d’acqua e, infine, il raccolto.
E’ un vero tributo alla figura del coltivatore di Marijuana (e non solo).
Un'altra prova è il tiro alla fune tra polizia e consumatori di Marijuana.
Infine nella Cannabis Cup si sorteggiano i vincitori che potranno assaggiare le erbe migliori coltivate in zona (con tanto di votazione finale sulla preferita).


MARIJUANA SATIVA, INDICA, IBRIDA
Infine facendo un breve excursus, facciamo una piccola differenza tra le due grosse varietà di Marijuana: “Indica” utilizzata per i suoi effetti narcotici e quindi per combattere l’ansia e disturbi del sonno, in quanto in grado di "offuscare" la mente.
La Cannabis “Sativa” aumenta invece l'energia e l'attività (è antidolorifica).
Gli Ibridi invece contrastano (e limitano diciamo) gli effetti estremi delle due varietà, cercando un giusto compromesso.

Sative: Super Lemon Haze, Electric Lemon Haze, Super Silver Haze, Strawberry Haze, Utopia Haze, DeLaHaze, Arjan's Haze, Atomical Haze, Liberty Haze, Moonshine Haze, Purple Haze, Amnesia Haze, Tasman Haze, Accidental Haze, Amnesia Lemon, The Purps, Sativa Afghani Genetic Equilibrium, Hay-Z, Critical Neville Haze, Super Sour Diesel, Jack Herrer, Dominator, Sour Power, Chocolope, AK-47, Moby Dick, Royal Moby, Acapulco Gold, Think Different, Y Griega, Tutankhamon, Tangerine Dream, Borealis Five, THseeds, Kiwi Seeds, Blue Cheese, Kia Kush, Green Shack, White Widow X Somango, Thai.

Indiche: Alien Hallucination, Black Domina, Critical +, Critical Mass, Critical Kush, Kosher Kush, Master Kush, Violator Kush, Flower Bomb Kush, Cold Creek Kush, Ice Kush, OG Kush, Cali Kush Farms Emperor Cookie Dough, White OG, Sensi Star, Blueberry, The Bulldog Chronic, Ace Of Spades, Big Bud XXL, Big Buddha Cheese, Sensi Star, Mataro Blue, Northern Light, Ortega, Afgano SA, Ash Plant, Soma Seeds, DNA Genetics, Ceres Seeds, Top Dog, Crimea Blue, Cheese, Mt.Cook, Starbud, OG18, Tahoe OG, True OG, SVF OG Kush.
Ibride: Skunk, Skunk XL, Jack 47, Passion Fruit, Auto Skunk Mass, White Widow, Channel +, Satori, Chemdamg, Sweet Tooth, Gorilla Haze, Gorilla Glue, Black Haze, Fruit Spirit, Blue Berry Haze, Ed Rosenthal Super Bud, Blue Dream, Cannatonic, Loud Scout, Rock Star, Rug Burn OG.


HASHISH
Per quanto riguarda l'Hashish (prodotto dalla Marijuana), la produzione è molto costosa nonostante esistano tecniche tradizionali come lo sbattimento della pianta.
La proporzione Canapa/Hashish è grossomodo di 100 a 1, per cui per produrre 100 grammi di Hashish occorrono circa 10 kg di Canapa.
Tra i fumi più potenti (al alto contenuto di THC) si possono citare il Butan Hash, Charas, Ice O'Lator, Black Bombay, Skuff, Super Polm, Nepal Temple Balls, Bourbouka, Primero, 00, Palma, Libano Oro, Scorpion, Nepal Cream, Everyday Cream.



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lunedì 15 maggio 2017

I Metodi Di Frank Chance Ai Chicago Cubs (MLB)

Nato in California, Frank Chance fu sicuramente tra gli uomini più importanti che resero i Chicago Cubs la squadra di Baseball più forte al mondo tra il 1906 e 1908.
Scoperto dai Cubs mentre frequentava il college, Chance debuttò nel 1898 come giocatore.
Non certo un fenomeno.
Nel 1903 divenne il prima base titolare ma 2 anni dopo per via del suo carisma, succedette a Frank Selee come manager della squadra.
Selee era gravemente malato (problemi respiratori) e quando a metà stagione lasciò i Cubs, la squadra si trovava terza con un 37-28.
Il presidente Hart si guarda intorno, chiede consiglio a Spalding, ed alla fine decide per
una soluzione di compromesso: siamo già in luglio, la stagione è andata, i Giants comunque inavvicinabili e lui adotta una soluzione che immagina essere provvisoria.
Frank Chance invece risponde vincendo 55 partite e perdendone 33 (record finale sarà 92-61 che varrà il terzo posto nella loro divisione alle spalle di Giants e Pirates), ma soprattutto
trasformando letteralmente la squadra, dandole una marcia in più anche a livello caratteriale.
Noto per le sue abilità di leader, Chance si guadagnò il soprannome di "Peerless Leader".
Competitivo come pochi ed assolutamente incapace di accettare la sconfitta,
Chance prova a dare la sveglia ai suoi ragazzo.
Niente stretta di mano agli avversari a fine partite (pena una multa), li invita inoltre a giocare duro
sempre e comunque, ad essere aggressivi al limiti del regolamento in ogni momento.
Aizza la folla contro gli arbitri, contro gli avversari, e non perde occasione per scatenare risse con
chiunque abbia a tiro: tifosi e giocatori avversari, arbitri, manager delle altre squadre e finanche i tifosi della sua squadra.
Pretende lo stesso approccio dai suoi uomini ai quali, quando entrano in campo, dice sempre la stessa frase: "Fate come vi dico, o ci vediamo dopo la partita".
Così nascerà la spina dorsale dei Cubs che di lì a poco domineranno la scena.


1906
Con Joe Tinker e Johnny Evers, Chance formò una difesa fortissima grazie ad una miriade di Double Plays realizzate.
Il tutto fu immortalato anche nel verso "Tinker-to-Evers-to-Chance" nella poesia "Baseball's Sad Lexicon".
Nel 1906 la rotazione era composta da sei giocatori: tutti vinsero almeno 12 partite, di cui cinque su
sei con una media ERA inferiore a 2,00.
Carl Lundgren ebbe una media di 2,21 ed un record di 17-6 nel 1908 e fu il peggiore.
Orval Overall chiuse con una media di 1,88 e record da 12- 3, Jack Taylor una media di 1,83 ed identico record (12-3), Ed Reulbach media di 1,65 e record di 19-4, per finire con Jack Pfeister (1,51 - 20-8) e con la surreale stagione di Three Fingers Brown (media da 1,04, 26-6 W-L. Vittorie che nel 1908 saranno addirittura 29!).
Dominata la regular season con 116 W (miglior record di tutti i tempi, eguagliato solo dai Mariners nel 2001 ma avendo giocato una stagione con 162 partite), le World Series del 1906 sono ricordate per un dato curioso: s'incontrarono la squadra con il miglior record di sempre e quella con la peggior media battuta di sempre (0,230) tra quelle mai arrivate a giocarsi il titolo.
Contrariamente a pronostici e a qualsiasi senso logico, saranno proprio i White Sox a diventare campioni del mondo a seguito di una serie combattutissima.


1907 e 1908
Chance comunque guidò i Cubs a quattro titoli della National League nell'arco di quattro anni (1906–1910) e vinse le World Series nel 1907 e 1908.
Nel 1907 totalizzando 107 W (7 W consecutive per ben 5 volte. L'anno precedente la striscia di W fu 14) e travolgendo i Detroit Tigers in finale e poi nel 1908 (terza finale consecutiva) che consacrerà questa squadra alla storia.
Si ricorda anche lo spareggio contro i NY Giants al termine della stagione regolare, a seguito di una partita annullata tra le due compagini (W prima data ai Giants e poi annullata a seguito di un reclamo dei Cubs che sostenevano di aver eliminato Merkle in seconda).
Lo spareggio si rese necessario perchè le due squadre chiuderanno con lo stesso record, vinceranno i Cubs 4-2 e quindi il Pennant della National finisce per il terzo anno consecutivo in Illinois.
In finale troveranno ancora i Tigers, campioni dell'American.
Detroit battuti facilmente 4-1 e i Cubs sono per la seconda volta campioni del mondo.
Chance comunque rimane ancora il miglior manager della storia dei Cubs per %  di vittorie.
Lasciato senza contratto dai Cubs dopo la stagione 1912, Chance firmò con gli Yankees, dove occupò il doppio ruolo di giocatore-manager per due stagioni.
Fece ritorno nella MLB nel 1923 come manager dei Red Sox, mentre l'anno seguente fu nominato manager dei Chicago White Sox, ruolo che non occupò mai a causa della malattia che gli tolse la vita nel 1924.



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venerdì 12 maggio 2017

Le Turbolenze Dei Tifosi Del Panathinaikos: Razzi, Laser e Sirene Illegali (Basket)

Nel 2013 il giudice d'appello dell'Euroleague accolse in parte il ricorso del Panathinaikos Atene a seguito della squalifica del campo che riguardava incidenti accaduti all'OAKA Arena durante la stagione 2012/13.
Il giudice ridusse da tre a una la sanzione di partite da giocare in casa a porte chiuse.
Venne però confermata la multa di € 40.000.
Nel merito dell'altro ricorso, il giudice confermò anche la multa di € 9.000 per gli incidenti che si erano verificati durante l'ultima Top 16 nella partita interna del 4 aprile.
Condita da aggressione dei tifosi locali verso la squadra ospite CSKA Mosca alla OAKA Arena.
Insomma, nel Basket attuale, quanto può valere avere un palazzetto pieno di gente, rumoroso, a volte anche molesto? Tanto.
Tanto da accettare di ricevere grosse multe pur di far giocare i propri giocatori e soprattutto gli avversari dentro la marea verde.
Le motivazioni delle 3 giornate di squalifica e i 40.000 € di multa erano stati sanzionati per la recidività nell’infrangere le regole della manifestazione europea (come ad esempio usare fischietti, sirene illegali, laser, fumogeni), ed un’altra giornata a porte chiuse più altri 60.000€ di multa per aver giocato sia gara 3 che gara 4 di playoff contro il Barcellona con più spettatori di quelli ammessi dentro ad OAKA.
Di casa ad OAKA, l'utilizzo di sirene reputate illegali, fatte partire quando gli avversari iniziano le azioni di gioco.
Per intenderci ci si riferisce alle sirene utilizzate durante disastri nucleari o raid aerei bellici.
Il proprietario della squadra Dimitris Giannakopoulos inoltre aveva criticato aspramente l’arbitraggio subito contro il CSKA Mosca nelle Top 16 del 2013 additando i vertici dell’EL come schiavi dei soldi russi e beccandosi come risposta 150.000 € di multa e un’ammonizione da parte del giudice indipendente dell’Euroleague (oltre ad altri 9.000 € per gli incidenti avvenuti dentro al palazzetto).
Ma al magnate greco non è bastato e prima di gara 5 di playoff contro il Barcellona ha rincarato la dose con il titolo “Bertomeu vai all’inferno“.
Le sanzioni arrivate in questi anni non sembrano aver preoccupato più di tanto i vertici della squadra greca, ecco che quindi la mano pesante è arrivata per cercare di mettere un freno a questa situazione divenuta, con il passare degli anni, veramente pesante.
Nel 2015 altra multa complessiva di 180.000 € al termine di gara 3 dei Playoff contro il CSKA Mosca.
Nel referto arbitrale sono stati segnalati comportamenti devianti da parte di Dimitris Giannakopoulos, socio del club, il quale, al termine della gara in questione, avrebbe fatto irruzione nello spogliatoio degli arbitri tentando di aggredirli e minacciando gli stessi con frasi ingiuriose.
Ad aggravare la situazione di Giannakopoulos, e di conseguenza ad aumentare l’importo della pena pecuniaria, si aggiunse il suo stato di recidività.
Nel particolare: 10.000 € di multa per l’utilizzo di materiale pirotecnico, 12.000 € per l’uso di laser e in conclusione 8.000 € per lancio di oggetti verso il campo di gioco.



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lunedì 8 maggio 2017

Da Mike Webster A Dave Duerson: L'Encefalopatia Traumatica Cronica In NFL

Che il football fosse, almeno in teoria, uno sport molto pericoloso è risaputo.
In quasi 100 anni di storia della NFL sono stati molteplici, non solo i gravi infortuni debilitanti, ma persino le morti.
La prima svolta epocale fu nel 1905 quando, sotto le pressioni del presidente Teddy Roosvelt (e dei 15 morti sul campo in quell’anno) si introdusse il passaggio in avanti sancendo la fine del Rugby e la nascita del football come lo conosciamo oggi.
Ma dagli anni ’30 fino alla rivoluzione dei caschi degli anni ’70 sono stati oltre 700 i morti dall’high school al professionismo.
Secondo il medico Bennet Omalu l' “ETC” (Encefalopatia Traumatica Cronica) è causata dalle ripetute commozioni cerebrali subite durante le carriere dei giocatori professionisti di football americano (NFL).
Inoltre essa spiega la pazzia di molti di loro al termine dell’attività agonistica.
Tutto è partito dal caso di Mike Webster, leggendario centro dei Pittsburgh Steelers (eletto nella Hall Of Fame), morto a 50 anni nel 2002 per arresto cardiaco, dopo un calvario di follie messe in atto a partire dal 1990, anno del suo ritiro dalla National Football League americana.
Tra le altre cose: urinava nel forno, si lavava i denti con la colla, utilizzava le scariche elettriche della pistola per autodifesa allo scopo di perdere conoscenza e riuscire a dormire, vincendo così per qualche ora la sofferenza provocata dai dolori alla schiena che lo accompagnavano durante la veglia. Rimasto senza niente (nè soldi né casa), morì d'infarto nel camion nel quale si era ridotto a vivere, finestrino rotto e rattoppato da un sacco della spazzatura.
Il cadavere fu analizzato dal dottor Omalu, all’epoca medico legale della contea di Allegheny, in Pennsylvania.
L’autopsia aveva come dato di partenza il quadro clinico di Webster prima di morire: depressione, paranoia, aggressività e perdita di memoria.
Ai tempi si parlava di “sindrome da demenza pugilistica”.
Ma il cervello di Webster non presentava né evidenti contusioni (come nei pugili) né atrofie (come per i casi di Alzheimer).
L’ostinazione del medico portò, dopo mesi, alla scoperta di un enorme accumulo di proteine tau in quelle zone del cervello che governano l’umore, le emozioni ed il comportamento: si trattava dunque di una malattia, battezzata “ETC”, associabile ai continui traumi alla testa riportati nelle centinaia di partite disputate dai professionisti del football americano durante la loro carriera.
Ovvia la presa di distanza della NFL americana con tanto di lettera di smentita alla pubblicazione della scoperta del dottor Omalu da parte di altri tre scienziati.
Da allora, sono tantissimi gli ex giocatori morti di questa malattia: Terry Long (ex Pittsburgh Steelers) nel 2005 all’età di 45 anni (bevendo anticongelante), Andre Waters (ex Philadelphia Eagles e Arizona Cardinals) nel 2006 a 44 anni (sparandosi in bocca), Justin Strzelczyk (ex Pittsburgh Steelers) nel 2004 a 36 anni (schiantandosi volontariamente a 150 km/h nella corsia opposta contro un camion trasportante acido, perché si sentiva inseguito dai demoni), senza scordarci di Dave Duerson (ex Chicago Bears e New York Giants) che a febbraio 2011 all’età di 50 anni si sparò con un colpo di pistola al torace, dopo un sms alla sua ex moglie: “Per favore, controlla che il mio cervello sia dato alla banca-cervelli della NFL”.
Dal dicembre 2009 la NFL sembra aver accettato l’evidenza scientifica del nesso causale esistente fra le commozioni cerebrali durante i match di football e la “ETC”.
Il Centro di Boston confermò i timori di Duerson: il 50enne soffriva di “ETC”, malattia degenerativa e incurabile che compromette l’attività neuronale e può essere scoperta solo dopo la morte, attraverso l’autopsia cerebrale.
Si può citare anche Jovan Belcher.
L’ex dei Kansas City Chiefs che aveva ucciso la fidanzata suicidandosi poi di fronte ai compagni di squadra: anche in questi due casi, gli esami post-mortem avevano evidenziato la presenza di estesi danni neurologici.
Suicidio anche per Ray Easterling, morto a 62 anni.
Si può ricordare anche l’escalation di violenza che vide coinvolti numerosi altri giocatori, tra i quali Ray Rice (che prese brutalmente a pugni la sua fidanzata), Adrian Peterson (che picchiò violentemente suo figlio di 4 anni) e Greg Hardy (anche qui violenza domestica).
Chiudiamo la lista con Junior Seau, Tom McHale, John Grimsley, Lou Creekmur, Mike Borich, Cookie Gilchrist, Wally Hilgenberg, Ollie Matson.


DANNI
La commozione cerebrale avviene quando la testa accelera rapidamente per poi bloccarsi in seguito all’urto, o quando la stessa ruota rapidamente attorno al suo asse.
Il trauma violento depolarizza le cellule del cervello e produce una cascata di neurotrasmettitori che inondano il cervello anestetizzando i recettori dell’apprendimento e della memoria.
Ciò porta ad uno stato di confusione, vista annebbiata, temporanea perdita di memoria e nausea.
Il problema è che i giocatori colpiti da commozione cerebrale non manifestano sintomi immediati evidenti (oltre lo stordimento) e anche gli eventuali esami radiologici non mostrerebbero gonfiori come pure ematomi.
I caschi sono costruiti per contrastare forze d’urto lineari, non angolari e cioè per evitare le rotture della scatola cranica, non per proteggere dalle commozioni cerebrali.
Dal 2004 l’università della North Carolina utilizza caschi dotati di accelerometri, grazie ai quali i medici a bordo campo sono in tempo reale informati di impatti violenti, cause possibili di commozioni cerebrali.
In tal senso la pericolosità del football americano sta tutta nei dati raccolti: durante un’intera stagione un giocatore della North Carolina ha subito 537 colpi alla testa, 22 dei quali superiori a 80 G (cioè 80 volte la gravitò, un po' come se un’auto va sbattere a 32 km/h contro un muro di cemento) e 2, tra questi casi, seguiti da commozioni cerebrali.
Un impatto laterale di 100 G porta alla commozione cerebrale nell’1% dei casi (non rilevabili senza accelerometri).
Dal 2010 i giocatori che non passano un test neuropsicologico a bordo campo, dopo l’uscita in barella, non possono tornare in campo.
I contatti casco-casco verso i giocatori indifesi (quarterback e ricevitori) sono puniti con multe e pesanti squalifiche.



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venerdì 5 maggio 2017

Charles Reep, Charles Hughes e I Manager Inglesi Della "Long Ball"

Charles Reep era un funzionario della Royal Air Force, patito di calcio e numeri.
Reep negli anni 30 aveva conosciuto Charles Jones, capitano dell’Arsenal del 1933.
La passione di Reep, neanche a dirlo, fu accesa irrimediabilmente da quel dialogo.
Quell’incontro contribuì a formare Reep in materia calcistica, contribuendo alle idee che presto avrebbe sviluppato a tal punto da farle diventare una vera e propria teoria scientifica da dimostrare come verità assoluta, utilizzando tutti i metodi a sua disposizione.
L'Arsenal degli anni 30 era guidata da Chapman e dal suo WM, gioco basato su ali, pressing e rapido movimento in avanti della palla.
Tornato in Inghilterra dopo la seconda Guerra Mondiale, rimase deluso che tranne il modulo WM, i dettami di Chapman erano stati dimenticati.
Da lì, amando i numeri cercò di affermare le sue idee calcistiche utilizzando proprio quelli, estrapolati dai match che andava a vedere.
Taccuino e matita sottobraccio, Reep inventò questa disciplina appuntando tutto ciò che avveniva nei 90 minuti.
Annotava ogni evento di ogni partita, convinto che ogni match potesse essere sezionato in unità elementari.
Gli eventi trascritti facevano riferimento a passaggi, tiri verso la porta, ma anche tackle, interventi difensivi e cross.
Le informazioni erano riportate ad un altissimo livello di dettaglio: i passaggi, per esempio, contenevano informazioni sull’accuratezza, su una stima dell'altezza e sulla forza e persino sulla zona del campo in cui erano effettuati.
Il 18 maggio 1950 in terza divisione inglese si giocava Swindon Town v Bristol Rovers, ad assistere a quel match c’era Reep.
Reep, dopo quello Swindon-Bristol Rovers, frustato dal gioco più lento rispetto agli anni 30 e dal fatto che le ali fossero state emarginate dal gioco, continuò a raccogliere informazioni.
Arriverà ad oltre un migliaio di partite.
Secondo lui, il tasso di conversione (realizzativo) poteva essere migliorato, modificando il modo di giocare.
Il kit da statistico comprendeva anche un elmetto da minatore con luce incorporata per ovviare ai problemi di illuminazione degli impianti.
Reep cominciò a studiare ed elaborare ciò che raccoglieva con tanta passione, ottenendo dei risultati che gli sembravano coerenti con quello che vedeva ogni match.


MENO PASSAGGI E PIU' LANCI LUNGHI
Aveva calcolato che ogni squadra segnasse in media un gol ogni 9 tiri e che il 30% dei palloni recuperati nell’area di rigore avversaria portavano ad un tiro in porta, e la metà di questi andavano a segno.
Molto interessanti erano anche i risultati relativi ai passaggi.
Scoprì, infatti, che ogni passaggio arrivava a destinazione una volta ogni due tentativi, cioè 50%.
Reep intuì che il numero di passaggi consecutivi aveva un incidenza marginale negativa.
Ovvero, il primo passaggio aveva una probabilità di andare a buon fine di molto superiore a quello fatto dopo una serie di tre consecutivi.
Ciò voleva dire in poche parole che più passaggi erano controproducenti.
Infatti, se un passaggio ha più probabilità di essere sbagliato dopo che ne sono stati effettuati due o tre, conviene diminuire il rischio cercando di lanciare la palla il prima possibile, cioè effettuando il minimo numero di passaggi.
Alla luce di questa evidenza empirica, niente era meglio del buon lancio lungo, con il quale l’attaccante veniva messo nella condizione di tirare nella situazione in cui la probabilità di sbagliare il passaggio è minimizzata!
Piuttosto che concentrarsi su una ragnatela di passaggi, meglio dedicare le energie a disposizione sul recupero della palla nei pressi della porta avversaria, in omaggio alla statistica che recita che in questo caso si aumentano le possibilità di segnare.
Le moderne teorie sul pressing e sulle transizioni si basano esattamente su questo concetto.
In definitiva, sfruttando al massimo le occasioni da gol, si vince più spesso.
E per riuscirci, Reep stabilì che bastava essere più efficienti: segnare più gol con meno possessi, meno passaggi, meno tiri e meno tocchi.
Perché le squadre sprecano tempo con passaggi inefficaci quando potrebbero portare all’estremo
le occasioni da gol spostando velocemente la palla nell’area avversaria?
Accorciando le azioni si segna 1 volta ogni 9 tentativi; allungandole si sprecano 14 occasioni su 15.
Quindi di riflesso le lunghe serie di passaggi concedono alla difesa la possibilità di riorganizzarsi, riducono al minimo l’elemento sorpresa e non approfittano dell’eventuale disordine nello schieramento avversario.
Reep era ossessionato dall’efficienza nella conversione dei tiri; le azioni più lunghe non la propiziano, ma rendono i tiri più frequenti.


IL BRENTFORD E IL WOLVERHAMPTON CI CREDONO
La sua analisi catturarono l'attenzione del manager del Brentford Jackie Gibbons e da febbraio 1951 fino alla fine della stagione, assunse Reep come consulente.
Il club era a rischio retrocessione con 14 partite da giocare, ma dopo il suo arrivo, il tasso realizzativo migliorò da 1,5 a 3 goal a partita,  totalizzando 20 su un massimo di 28 punti, evitando perciò facilmente la retrocessione
Tutto ciò attirò anche l'interesse di Stan Cullis del Wolverhampton Wanderers.
Chi più, chi meno, segue Reep e si ri-diffonde in Inghilterra (ma anche altrove, tipo in Norvegia e Svezia) la cultura della "Long Ball".


CHARLES HUGHES E LE AREE P.O.M.O.
Anche Charles Hughes giunse più o meno alle stesse conclusioni: cioè che la maggior parte delle reti venivano realizzate da tre passaggi o meno, quindi era importante lanciare la palla in avanti il ​​più presto possibile.
Egli basò questa analisi su oltre un centinaio di partite a tutti i livelli, compresi match del Liverpool Football Club e della nazionale brasiliana, così come molte partite della nazionale inglese giovanile.
Dalla sua analisi statistica, Hughes ha sottolineato l'importanza di particolari zone del campo da cui sono sono state segnati reti con più frequenza.
Chiamò queste aree P.O.M.O. (Positions Of Maximum Opportunity) affermando che il tasso di conversione di una squadra sarebbe aumentato sfruttando queste direttive.
Sottolineò anche l'importanza dei cross in area, sfruttando le ali.


L'ANALISI STATISTICA
In seguito Reep e Bernard Benjamin pubblicarono un'analisi statistica degli schemi di gioco usati dal 1953 al 1967 (su un giornale di statistica della Royal Society nel 1968).
Analizzarono 101 partite (42 di First Division nella stagione 1957-1958, 12 di First Division nella stagione 1961-1962, 36 varie nella stagione 1965-1966 e 11 partite della Coppa del Mondo 1966).
I dati del periodo 1957-1958 furono ottenuti dallo Sheffield Wednesday.
I dati del periodo 1961-1962 dalle partite dell'Arsenal.
La seconda serie di dati comprendeva un ulteriore 477 partite.
Reep e Benjamin scoprirono che il 5% di tutte le azioni consisteva in quattro passaggi o più e solo l'1% di sei passaggi o più.
Il restante (oltre il 90%) derivava da azioni con meno di 3-4 passaggi, ciò voleva dire che la maggior parte dei goal rientravano in questo 95%.
Reep concluse che il possesso palla non era quindi la strategia di gioco corretta.


LIMITI DELLA TEORIA DI REEP
Reep però non aveva considerato nella sue statistiche la bravura di chi effettuava il passaggio, ne' tantomeno il "rischio" del passaggio (un passaggio ad 1 metro e mezzo ha sicuramente maggiore probabilità di riuscita di un filtrante di 20 metri a tagliare in 2 la difesa).
Venne anche trascurata la differenza tra Long Ball e quella derivata invece da un calcio di punizione ad esempio.
Inoltre, sequenze di passaggi più lunghe significano più tiri per la squadra che attacca, ma anche % di conversione dei tiri in gol più basse.
In altre parole, la capacità di possesso segna una differenza fondamentale tra chi vince e chi perde: le % di conversione di chi vince e chi perde sono grosso modo le stesse, ma le squadre vincenti producono un terzo di tiri in più rispetto alle perdenti.
In media per segnare un gol occorrono 9 tiri.
Più tiri e più segni, e molti tiri li accumuli quando riesci a non perdere palla, perché sei abbastanza bravo o perché hai la strategia più adatta a giocare facendo possesso.
Va da sè però la tecnica della Long Ball rimane comunque efficace nelle partite di calcio di divisioni inferiori poiché c'è meno gioco di squadra e precisione nei passaggi.
Un pallone rilanciato subito con magari un attaccante veloce può produrre danni non indifferenti.
Così come, nelle divisioni inferiori, le difese potrebbero avere problemi proprio grazie a Long Ball "sporche" e difficili da controllare, dando una possibilità all'attacco.
A qualsiasi livello, viene utilizzato nei minuti finali di partita quando una squadra è sotto nel punteggio.
Del resto come diceva il mitico Bob Paisley "Non è questione di palla lunga o corta ma di palla giusta".


ESEMPI RECENTI
Stan Cullis fu come detto in precedenza tra i primi a recepire i dettami di Charles Reep.
La maggior parte dei suoi giocatori sarebbero morti per lui, ma ci sono stati anche quelli, giovani soprattutto, che in seguito si lamentarono del carattere di Cullis.
L'idea del manager era che la palla doveva essere mossa nelle zone pericolose del campo il più rapidamente possibile, idealmente con passaggi lunghi.
Potenza e lanci lunghi.
Le "ali volanti" erano l'essenza del gioco Lupi: Jimmy Mullen, a sinistra, e il piccolo Johnny Hancocks, acquistato a buon mercato dalla vicina Walsall, sulla destra.
"Tip-tap, tip-tap", diceva in tono acido, quando i passaggi non erano abbastanza lunghi per lui.
"Thump-bum, bum-bum!" quando i lanci lunghi erano ok.
Forse stile di gioco controverso ma non vi era alcun dubbio sulla mentalità vincente di questa squadra.
Come dimenticare poi Sammy Smyth o Billy Wright.
Vittorie schiaccianti arrivarono contro l'allora formidabile Honved Budapest (3-2), nonostante la presenza di sei degli ungheresi che avevano battuto 3-6 l'Inghilterra a Wembley.
Vennero poi battute la Dinamo Mosca (2-1), il Real Madrid (3-2) e lo Spartak Mosca (4-0).
I Lupi vinsero il campionato nel 1954, 1958 e nel 1959, finirono secondi nel 1950, nel 1955 e nel 1960, terzi nel 1953 e 1956.
Vinsero la FA Cup nel 1949 e nel 1960.
Tutto questo sino al 1964 quando Cullis lasciò, rifiutò anche un'offerta della Juventus, prima di riemergere come manager del Birmingham City, un anno dopo.
Morì nel 2001.
In seguito (anni 70 e 80) questa strategia di gioco verrà adottata con successo da Graham Taylor che nel giro di 5 anni riuscirà a portare il Watford dalla quarta divisione alla first division, passando anche per l'Europa.
Altri esempi noti furono Dave BassettBobby Gould al Wimbledon.
Bassett guidò la squadra dal 1981 al 1987, quel Wimbledon non aveva uno straccio di gioco/schema.
L'unica strategia era picchiare come fabbri ed appena recuperata palla, lanciarla in avanti il più velocemente possibile.
Il tutto era molto affidato al caso quindi.

Don Revie dirà di loro: "il loro gioco è così brutto ed affidato al caso ed alla buona stella, che se la fortuna gli assiste per un paio di anni possano anche vincere tutto: Campionato, FA e Coppa Campioni. Sono l’antitesi del calcio. Del football non sanno niente. Ecco perché fanno paura. 
Perché è il caso che decide il loro futuro.
Non loro. Se allenassi preferirei incontrare il Real che quella manica di assurdi randellatori"

Bassett rimase sino al 87 come detto, poi andò al Watford.
Venne sostituito da Gould che arrivò al Plough Lane dal Bristol Rovers.
Il manager di Coventry, continuò ad impostare il gioco appunto su “palla lunga e pedalare”, poi gran corridori e uomini che non facevano prigionieri picchiando come fabbri.
Il loro approccio alle gare era contestato da tutti gli addetti ai lavori.
In molti etichettarono i loro comportamenti da farabutti, il loro gioco veniva considerato povero rispetto a quello espresso dai top team.
I risultati, però, arrivarono.
Non scesero mai sotto il decimo posto in First Division, poi in Premier, per molti anni.
Gli avversari non capivano che più loro venivano criticati, più rispondevano con trash talking e con asprezza.
Bobby Gould non si sognò mai di cambiare impostazione tattica e non cercò mai giocatori con caratteristiche diverse da quelle appena descritte.
La vittoria della FA Cup 1988 (battendo il fortissimo Liverpool che aveva vinto 4 Coppe Dei Campioni nell'ultima decina d'anni) fu figlia proprio di quella attitudine.
Il termine Crazy Gang venne coniato dal commentatore della BBC, John Motson, che, al termine della finale del 1988, così si espresse: “The Crazy Gang have beaten the Culture Club!”.
Si può citare anche Jack Charlton, che diede lezioni al mondo ad Italia 90 con la sua Irlanda portata tra le prime 8.
Gioco fisico, duro, ostico e poi lancioni lunghi che ben si adattavano alla struttura fisica dei giocatori irlandesi del 1990.
Estrema fisicità, contatti duri, palle alte per le torri aeree che mettevano in difficoltà qualsiasi difesa, bombardamenti aerei continui, inoltre muoveva le sue torri come pedine degli scacchi portando astutamente i difensori fuori posizione.
Terzini sinistri costretti a spostarsi centralmente o nella parte opposta del campo inseguendo i movimenti degli irlandesi, difensori centrali costantemente fuori posizione e costretti a vedersela con colossi alti 1.90.
Questa fu l'Irlanda nel mondiale del 1990.
A seguito delle dimissioni di Chris Turner, John Beck divenne nel gennaio 1990 manager del Cambridge in quarta divisione.
Parliamo di un altro patito delle Long Ball.
Nella sua prima stagione lo United vinse i playoff di quarta divisione, raggiungendo i quarti di finale di FA Cup (un risultato raro per una squadra di quarta divisione).
La stagione successiva (1990/91) vinse il titolo di Third Division dopo un gran finale di stagione (risalirono in 3 mesi dal decimo posto alla prima posizione), ripetendo l'impresa di raggiungere i quarti di finale di FA Cup.
Durante l'estate, Beck rifiutando il Leicester City e dicendo di voler portare il Cambridge in Prima Divisione.
Non ci andò lontano, visto che nel 1991/92 finirono in quinta posizione in Secondo Division, la posizione più alta mai raggiunta dal club,  perdendo proprio con il Leicester City la semifinale play-off e mancando quindi la terza promozione consecutiva.
Nonostante gli ottimi risultati, Beck venne pesantemente criticato dai media, dai fan e dai manager di altri club, in particolare Glenn Hoddle (allora allo Swindon Town).
Il loro stile di gioco era simile a quello di Wimbledon (ricordo: dalla quarta divisione alla prima in quattro stagioni e vittoria della FA Cup dopo 2 stagioni di massima serie).
Tuttavia, egli rimase molto amato tra i tifosi del Cambridge United.
Beck, a seguito di una partenze di stagione disastrosa, verrà licenziato nel 1992/93.
Altri promotori di questo gioco furono Terry Butcher che lo esportò anche in Australia, Russell Slade al Grimsby Town nella prima metà del nuovo millennio, Sam Allardyce ai tempi di Bolton e Blackburn (altro manager che come Reep non lasciava nulla al caso studiando per filo e per segno gli avversari, calci piazzati, corner e quant'altro), Gary Megson soprattutto nel suo periodo al Bolton, Aidy Boothroyd quando allenava il Watford ma anche il Coventry, Kevin Blackwell allo Sheffield United, Graham Westley allo Stevenage soprattutto (basti però vedere come sia un manager molto duttile, visto che al Peterborough non si è visto niente di tutto ciò, eppure è risaputo che Westley ami le Long Ball), Adam Murray al Mansfield (squadra di bassa classifica ma fisicissima e durissima da affrontare in League Two negli ultimi anni).
Jay Saunders al Maidstone United è uno degli esempi per antonomasia in Non League (ovviamente più si scende tra i dilettanti e maggiori sono questo tipo di esempi).
Oppure si può parlare, dilungandoci, sullo Stoke di Tony Pulis sino al 2013.
Entrato nella classifica degli allenatori più sorprendenti del campionato inglese stilata dal «Financial Times» tra il 1973 e il 2010.
Molti osservatori consideravano lo stile «palla lunga e pedalare» dello Stoke antiquato.
Lo Stoke giocava più palle lunghe e totalizzava meno possesso nella metà campo avversaria rispetto a qualunque altra squadra di Premier League.
Allo Stoke andava benissimo non tenere palla perchè secondo il manager gallese c'è una maggiore probabilità di segnare, e meno di subire, non tenendo la palla.
L’unico possesso in cui sembrava davvero credere arrivava quando Rory Delap batteva le rimesse laterali.
Lo Stoke era perfettamente a suo agio giocando meno calcio di chiunque altro.
Più la palla era in gioco, e più spesso lo Stoke l’aveva tra i piedi, peggiorando la situazione.
Pulis ha portato questa tattica vincente non solo a Stoke ma anche con Crystal Palace e WBA (modificando però parzialmente il modo di giocare. Sempre calcio diretto ma molto più guardabile, almeno nel 2016/17).
Secondo  delle statistiche la palla rimane in gioco 60/65 minuti effettivi, in Premier League
la media era di poco più di 62 minuti.
Tuttavia, nelle partite dello Stoke la palla rimaneva in gioco per una media di 59 minuti.
3 minuti sotto la media della Premier League e ben 8 in meno rispetto al Manchester United che guidava questa classifica nel 2010/11 con 67 minuti.
Quindi, di norma, se in campo c'erano i Potters, la partita durava effettivamente 8 minuti di meno.
Con Pulis, lo Stoke teneva/buttava sistematicamente la palla fuori dal campo.
Cioè lo Stoke controllava la palla ma a gioco fermo.
Una differenza che poteva rivelarsi così estrema che in certi incontri si vedevano soltanto 45 minuti di vero calcio.
Nella stagione 2010-2011 lo Stoke fissò il record di rimesse laterali lunghe a 550, l’anno successivo ne batté 522.
Ai lati del campo erano appostate asciugamani: ogni volta che la palla usciva fuori, Delap la prendeva tra le mani, la asciugava, e intanto il tempo passava quindi le probabilità dell’avversario di prendere la palla si riducevano.
Il bombardamento aereo dello Stoke dalle rimesse laterali, oltre a creare occasioni, negava all’avversario la possibilità di costruirne per sé.
Nel 2011-2012 lo Stoke mise in fila più di tre passaggi poco più di una volta ogni dieci possessi. Soltanto nel 4% dei casi arrivava a sette passaggi o più.
I giocatori dello Stoke avevano capito, forse, che per loro il possesso palla era controproducente: più lo praticavano in maniera tradizionale, tentando passaggi di piede in campo aperto, più spesso perdevano palla e la cedevano all’avversario, dandogli delle opportunità di attaccare.
Soltanto la metà dei gol dello Stoke veniva da azioni manovrate.
Dal 2008 lo Stoke è una presenza fissa in Premier League.
In questo ha seguito l’esempio del Watford di Graham Taylor e del Wimbledon degli anni 80.
Le squadre di Pulis capiscono che il senso del possesso non sta tanto nel tenere palla quanto nel non cederla all’avversario.
Anche se, a dire di Brian Clough: "Se Dio avesse voluto che il calcio si giocasse in aria avrebbe messo l’erba nel cielo".



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martedì 2 maggio 2017

La Storia Di Tyson Fury: Dall'Ascesa Al Declino (Boxe)

"Quando abbiamo qualche problema noi non andiamo dalla polizia, dobbiamo toglierci le magliette, andare fuori e fare a cazzotti. Essere un uomo che fa bene a botte è la cosa migliore che puoi essere nella vita"

L’inglese Tyson Fury, nato a Manchester nel 1988, alto oltre due metri, riuscì nell’impresa di battere Klitschko a Dusseldorf il 28 novembre 2015 con una Boxe lenta e rozza.
Nonostante le origini umili, un contesto sociale degradato, quella di Fury fu l’ascesa di un antieroe. Ogni outsider ha almeno questo dalla sua parte: la rottura dell’equilibrio iniziale, il rifiuto delle origini, la voglia di "santificazione": per Fury è il contrario.
Fin dalla sua ascesa alla ribalta, Fury è stato al centro dell’attenzione mediatica per le sue dichiarazioni omofobe, razziste e misogine.
È perfino stato indagato per istigazione all’odio.
Avrebbe voluto chiamare suo figlio Jesus, ma a quanto pare non gliel’hanno permesso.
Alla figlia invece è stato dato il nome di Venezuela, arrivatogli in sogno, chissà che vuol dire.

"Viviamo in un mondo malvagio, il diavolo è molto forte in questo momento, molto forte, e credo che la fine sia vicina. È la Bibbia che me lo dice. È il mondo che me lo dice. Credo che manchino pochi anni perché ciò accada. Ci sono solo tre cose che devono essere completato per fare in modo che il diavolo arrivi sulla terra: la legalizzazione del matrimonio omosessuale, l’aborto e la pedofilia"

Ogni incontro è preceduto da una sua uscita sensazionale, sui social e non.
E se sei Fury, puoi anche presentarti vestito da Batman alla conferenza stampa di Klitschko, puoi passare un weekend in prigione per non esserti presentato a un processo per guida pericolosa, e puoi ribadire quà e là frasi come "Dio non permetterà che Klitschko vinca" e "So che lui è un adoratore del diavolo".
È ovvio che i messaggi di Fury siano utilizzati anche come una precisa tecnica intimidatoria, per snervare l’avversario, far aumentare il numero degli haters per caricarlo.
Prima di battere l'ucraino diventando campione del mondo aveva cercato la rissa al peso, si era lamentato del tappeto troppo morbido del ring (ottenendo la rimozione di uno dei tre strati di schiuma sintetica che fanno da intercapedine) ed infine aveva costretto Klitschko a rifarsi i bendaggi alle mani visto che nessuno del suo entourage era lì presente.
La sua Boxe molto "psicologica" quindi, ebbe la meglio sul più esperto Klitschko che quella sera scesa dal ring annichilito dall’esito del combattimento e con un’unica idea in testa: la rivincita.


L'ABUSO DI COCAINA
In occasioni successive, Fury aveva dichiarato di odiare la Boxe e ogni secondo di allenamento, ma che è troppo bravo per smettere di farla: "Faccio soldi facili mettendo KO dei buoni a nulla» e, rivolgendosi all’ex campione ucraino, alzando la maglietta per mostrare un addome visibilmente fuori forma: "Guarda con chi hai perso, dovresti vergognarti. Hai perso con un ciccione".
Tutto ciò, dopo aver parlato di un possibile ritiro in caso di sconfitta.
Ai tempi si parlava anche di un suo coinvolgimento contro pugili in ascesa, come Antony Joshua. Inglese anche lui ma un anno più giovane di Fury, Joshua è stato oro olimpico a Londra 2012.
Interrogato su questa possibilità, Fury disse: "Metterei tranquillamente KO Joshua in un solo round. Lui parla molto, ma mai quando ci sono io vicino. È un idiota, un figlio di papà, gli darei uno schiaffo, come facciamo con le nostre troie".
Nel mentre però i rematch con Klitschko saltano: prima giugno, poi luglio.
Per infortuni, sino all'ultimo di settembre 2016, dove viene trovato positivo alla cocaina.
Negli ultimi 4 mesi si era lasciato andare infatti al consumo sfrenato di cocaina per combattere la depressione e beveva tutti i giorni:

"Erano le uniche cose che mi aiutavano a non pensare. Perché non dovrei prendere la cocaina? È la mia vita. Posso fare quello che voglio. Non è doping, non è una droga che migliora le prestazioni. Non ho mai preso altri farmaci in vita mia. Solo negli ultimi mesi ho iniziati ad assumere cocaina".
Fury ha detto di esser stato “assalito da una legione di demoni personali che ho cercato di scacciar via, da quando ho vinto il titolo è stata una caccia alle streghe a causa delle mie origini, per quello che sono e che faccio: i gitani sono odiati in tutto il mondo.
Ora inizia per me un’altra grande sfida nella mia vita che so di poter vincere, come contro Klitschko"

Poco dopo Tyson Fury rinunciò ai titoli WBO e WBA dei pesi massimi per disintossicarsi da cocaina e alcol.
Pochi giorni prima Fury aveva cancellato per la seconda volta la rivincita con Klitschko a causa della sua “inidoneità fisica” a salire sul ring nell’incontro che era stato fissato il 29 ottobre a Manchester.
Intanto la Federboxe britannica gli sospese la licenza per salire sul ring.

"Dicono che ho un disturbo bipolare. Sono un maniaco depressivo" ha aggiunto Fury.
"Spero che qualcuno mi uccida prima che io mi suicidi". 
"Io amavo la boxe quando ero bambino ma ora la odio". 



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