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mercoledì 28 ottobre 2015

La Storia Di Javaris Crittenton: Pistole, Gangster Crips ed Omicidio

Javaris Crittenton nasce il 31 dicembre 1987 ad Atlanta e vive una gioventù tutto sommato tranquilla.
Si avvicina subito al Basket, infatti a Cleveland Avenue nel Southeast di Atlanta, c’è una scuola Basket che insegna i fondamentali e forma i ragazzi sin dalla giovane età.
Grazie al suo istruttore PJ, comincia così il grande viaggio verso l’NBA, fatto di tanto lavoro e sacrificio.
Nel draft del 2007 c’era molto hype intorno al suo nome e sebbene gli Hawks avessero un buco in guardia dopo la scelta di Al Horford con la tre, chiamarono alla numero 11 Acie Law.
Otto scelte dopo, però, viene proclamato il suo nome accostato ai Los Angeles Lakers.
Nonostante fosse il tipico giocatore da Jackson, ovvero guardia intelligente e con ottime doti difensive, non riusciva a sfondare.
Nonostante ciò la sua vita sembrava comunque andar bene perché il giorno successivo al suo compleanno del 2007 riuscì a ritagliarsi uno spazio e segnare 19 punti in una partita.
Poco dopo però i Lakers lo mandarono ai Memphis Grizzlies assieme a Brown per portarsi a casa Pau Gasol.
La sua apparizione ai Grizzlies fu relativamente fortunata e continuò nel limbo iniziato in quel di L.A.


INIZIANO I GUAI: LE PISTOLE A WASHINGTON E LA SOSPENSIONE
Di lì a poco viene scambiato agli Washington Wizards per una scelta ed è proprio in quel momento che la sua vita cambia.
Dopo aver giocato un ottimo finale, per una partita di carte finita male il suo compagno Gilbert Arenas porta in spogliatoio tre armi da fuoco, invitando Javaris a munirsi di almeno una per far fronte all’umoristica richiesta di vendetta.
In realtà possedeva davvero una pistola da quando in quel di Los Angeles gli avevano rubato da sotto gli occhi l’automobile e non se lo fa dire due volte.
Una volta pizzicati dal front office, vengono sospesi con pena esemplare.


LA GANG MANSFIELD GANGSTER CRIPS
L’estate precedente tornando a Los Angeles per qualche tempo, viene in contatto con una gang di Los Angeles chiamata Mansfield Gangster Crips, una banda di delinquenti soprannominata: “l’unica gang con due genitori”.
In questi casi basta poco per prendere la strada sbagliata.
I Crips furono tra le prime band da strada(fondati nel 1971) e sicuramente tra le più famigerate di Los Angeles, i rivali principali sono i Bloods, i Latin Kings e i Chicano.
Si fa attrarre così dal potere e il timore che la gente ha verso la confraternita cominciando a vivere la quotidianità di una gang.
Nel 2010 la polizia fa irruzione nella sua casa in cerca di notizie su due malviventi di nome “Flaco” e “K-Swiss” accusati di omicidio plurimo.
Sebbene li conoscesse bene perché facenti parte dei Crips, declina ogni domanda e nega ogni legame con i due loschi figuri.
Ovviamente la verità viene a galla presto, infatti dopo che Flaco e K-swiss avevano regolato dei conti con un rivale uccidendone la compagna, gli chiedono di acquistar loro un biglietto per Atlanta.
Il giocatore non ricevendo spiegazioni chiare decide comunque di aiutare gli amici e li accontenta venendo poi scoperto dalle forze dell’ordine.
Dopo il misfatto non trova un impiego in NBA e fallendo anche l’occasione che i Bobcats gli avevano proposto, vola in Cina a Hangzouh dove domina la lega con il suo talento.
Ovviamente il campionato cinese è mediocre, ma è anche a migliaia di chilometri dal suo sogno chiamato NBA, così torna negli Stati Uniti e gioca con i Dakota Wizards affiliati con Washington e Memphis, ma non avendo spuntato nemmeno questa volta un contratto torna a Los Angeles.
Un giorno andando dal parrucchiere viene fermato da tale Lil Tic e i suoi due fratelli, che gli puntano addosso una pistola rubandogli, si stima, 55.000 dollari di gioielli.
Era chiaro che, per qualche motivo, conoscesse l’aggressore visto che decide di non sporgere denuncia.
Le forze dell’ordine non riescono a prendere i ladri e nemmeno a estorcere una testimonianza a colui che era stato aggredito.
Per farsi giustizia sommaria decide di chiedere a un amico di sentire Big Boo, probabilmente il mandante della rapina, per riavere la merce.
Ovviamente la conversazione è intercettata dalla polizia, ma lui ne rimane sostanzialmente fuori non essendo diretto protagonista.
Tre mesi dopo, a luglio, i malviventi concedono il bis derubandolo per la seconda volta.
E' dopo di qui che inizierà il punto più basso della sua vita.


L'OMICIDIO e L'ARRESTO
Una chiamata anonima al 911 denuncia una sparatoria nel quartiere dove Javaris era cresciuto ed è proprio lui ad essere incolpato di uno sparo partito dal retro di una Porsche che ha mancato di poco il famoso “Lil Tic”.
Il 19 agosto si va anche oltre.
Lui e il cugino Scooter noleggiano una Black Cheevy Tahoe a Fayetteville e con quella macchina si dirigono ad Altanta per visionare alcune partite del Kings Of Hoops Tournament.
A pochi isolati da lì, a Macon Drive, Julian Jones aka Pee Pie compagna di 22 anni di Lil Tic e madre dei suoi quattro figli, sta sostando tranquillamente nel giardinetto di casa.
Dall’inizio della strada si avvicina un SUV nero con vetri oscurati che arrivato davanti all’abitazione abbassa il vetro posteriore facendo partire una scarica di colpi che non prendono Lil Tic ma centrano per due volte Pee Pie, trafiggendo l’arteria femorale.
Dopo una disperata corsa in ambulanza e ogni tentativo da parte dei medici di fermare l’emorragia, alle 11.34, la donna muore.
Il giorno dopo è un sabato e Javaris si presenta regolarmente al King Of Hoops Tournament con la sua squadra.
Gioca e vince la prima partita, ma non ritornerà nè per la semifinale, né per la finale.
Scooter nel frattempo ha fatto visita al rental car dove era stato noleggiato il giorno prima il SUV e chiede che il nome di suo cugino venga tolto dalla lista assieme a tutti i dati correlati.
Javaris quindi ritorna a Los Angeles, ma ormai il suo nome è legato inscindibilmente all’omicidio e la polizia quando stava per far ritorno ad Atlanta lo arresta.
Dopo un mese lascia la prigione e torna a LA ma ha bisogno di soldi per un avvocato che non può permettersi, così si affida a una persona seguita dalla polizia per un vasto traffico di droga.
Qualche tempo dopo viene estradato ad Atlanta per affrontare il processo, durante il quale si è dichiarato completamente estraneo al fatto.
Viene rilasciato dopo aver pagato una cauzione di 230.000 dollari.
Il 2 aprile 2013 Crittenton e suo cugino Douglas Gamble sono stati ufficialmente incriminati con 12 capi d'accusa, tra i quali omicidio, aggressione aggravata, falsa testimonianza, tentato omicidio e partecipazione in attività di bande.
Secondo l'assistente procuratore distrettuale Gabe Banks, Crittenton è entrato a far parte dei Crips dopo essere stato ingaggiato dai Lakers e ha probabilmente sparato anche ad un altro uomo, Demontinez Stephens.
Il bersaglio di entrambe le aggressioni era Lil Tic, fratello di Demontinez e membro della R.O.C. Crew, banda affiliata ai Bloods
Il 15 gennaio 2014 la polizia fa nuovamente irruzione nella sua casa trovando un vero e proprio arsenale.
Viene messo definitivamente in isolamento dietro le sbarre, potendo interagire sol con mamma Sonya attraverso un altoparlante.
Il 29 aprile 2015 il giocatore viene condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata dopo il patteggiamento, a seguito della confessione di aver commesso l'omicidio.
Il giocatore tornerà in libertà quando avrà 67 anni.


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venerdì 23 ottobre 2015

Quando Eric Sykes Rubò La Coppa Dei Campioni All'Aston Villa (1982)

Era una sera di maggio del 1982, gli spalti dello stadio del Feyenoord (Rotterdam), quando le squadre scesero in campo fra un incendio di bandiere, erano equamente divisi nel tifo.
Da una parte i claret & blue dell'Aston Villa, dal lato opposto i tifosi del Bayern Monaco.
In mezzo, a far da barriera, il pubblico olandese: un quadro che nel suo insieme ben si adattò a quella finale di Coppa Campioni.
C'èra ancora la luce del sole quando AstonVilla e Bayern dettero inizio alla loro battaglia.
Partirono forte i tedeschi con il loro gioco corale manovrando palla, rispose l'AstonVilla facendosi pericoloso con un colpo di testa di Evans terminato oltre la traversa.
Gli inglesi bellissimi nella loro maglia bianca da trasferta, apparivano più rapidi davanti, i tedeschi non si scoprirono troppo ma dopo sette minuti subirono una manovra offensiva dei Villans che andarono vicini al goal con un inzuccata alta di White susseguente a un calcio di punizione.
Tre minuti dopo Jimmy Rimmer, è costretto ad uscire per quello che sembrò un inspiegabile infortunio: si fece male da solo, senza mai essere stato impegnato.
Il destino aveva scoperto le sue carte è tra i pali va Nigel Spink ventiquattrenne di Chelmsford.
Peter White, il centravanti dell'Aston Villa che disse che finora aveva visto il Bayern una sola volta in tv, fu impiegato da Barton come la torre centrale dell'attacco della squadra.
Manovrò bene, distribuì palloni ai compagni, e al 20' fu anche autore di un ottimo spunto personale, finta e dribbling dal limite, con tiro conclusivo che finisce a lato.
Il Bayern apparve impacciato e privo di idee.
Il lavoro per il giovane Spink incomincia a farsi serio sulle conclusioni di Duernberger e di Karl Heinz Rummenigge.
L'AstonVilla sembrò sorpreso dall'improvvisa fiammata tedesca e accusò il colpo.
Nessun cambio nella rlpresa.
Solo al 52' uscì Mathy sostituito da Guettler.
Al 64' Hoeness superò Spink con una pallonetto sporco: il portiere incredibilmente però riesce in qualche modo ad abbrancare la palla.
Il Bayern ci crede da l'impressione di poter passare in vantaggio da un momento all'altro.
Ma l'AstonVilla improvvisamente graffia, come il leone che porta sul petto.
Un gol, dunque, giunto con uno di quei colpi di scena che rendono il calcio grande e imprevedibile.
Infatti al 68' il biondo Morley, in azione di rimessa, saltò due avversari sulla sinistra in velocità, e mise al centro dove Withe, tutto solo a due passi dal portiere, potè toccare in rete il pallone della vittoria, tra l'entusiasmo indescrivibile del settore occupato dai tifosi inglesi.
La reazione del Bayern risultò affannosa, disperata ed inutile.
Tentò il solito Rummenlgge a dieci dal termine una volata solitaria interrotta dall'uscita del miracoloso Spink.
Niente da fare, finalmente è finita: la Coppa dei Campioni consegnata dal presidente Uefa Artemio Franchi al capitano Dennis Mortimer, finisce per la sesta volta  in Inghilterra.
Oggi sulla balaustra della North Stand del Villa Park c'è uno striscione che corre da un'estremità all'altra della tribuna e riporta più o meno queste parole: “Shaw e Williams si sono preparati ad avventurarsi sulla sinistra, c'è una buona palla al centro per Tony Morley, oh, ecco una grande opportunità! Ed è Peter Withe a sfruttarla al meglio!”
Le vicende calcistiche finiscono qui, non certo quelle extra-calcistiche e qui, a seconda dei punti di vista, viene il bello.


SI FESTEGGIA, SINO A CHE...QUALCUNO RUBA LA COPPA!
Come detto l’Aston Villa si era appena laureato campione d’Europa a Rotterdam, battendo in finale il Bayern con un gol di Peter White.
Dopo la conquista del trofeo i giocatori decisero di andare a festeggiare in un pub con i tifosi.
Scelsero il Fox Inn di Hopwas, tipico pub locale che odora di legno e birra in un villaggio a due passi da Tamworth (periferia di Birmingham).
I campioni d’Europa si trovarono a festeggiare insieme ai tifosi ed alla Coppa che s’erano portati dietro dall’Olanda..
La serata è molto British, l’alcool scorre a fiumi: si beve, si canta, si danza, si fa casino.
La Coppa rimane lì bella, maestosa...tutti la cercano, tutti la vogliono, la toccano, la baciano, la fotografano.
Al centro dell’attenzione, sino a quando che è talmente alla portata di tutti che con il passare del tempo viene dimenticata, lì sola soletta.
Sino a che...
Ricorda Colin Gibson, all’epoca giovane terzino sinistro dei Villans “Ad un certo punto qualcuno ci dice: la Coppa non c’è più, l’hanno rubata, pensavamo ad uno scherzo e poi eravamo troppo concentrati sulle freccette.”
E invece la Coppa non c’era davvero più...l’aveva rubata Eric Sykes che voleva fare dispetto a quei casinisti che gli avevano invaso il pub in una tranquilla nottata di campagna nello Staffordshire.
Eric si mette in macchina col prezioso trofeo e si infila sulla M42, l’autostrada che passa lì vicino e che ti porta dalla campagna delle West Midlands alla cintura urbana che da Liverpool a Hull taglia in due l’isola.. Eric pigia sull’accelleratore e dopo neanche un’ora, infilatosi sul fiume d’asfalto della M1, si trova già a Sheffield allora respira, rallenta, si volta (a sinistra) e sul sedile del passeggero vede la Coppa e a quel punto si chiede “ma che cazzo ho fatto?”.


IL RACCONTO DI ERIC SYKES
Devo rallentare, sto correndo troppo e credo di non aver rispettato nessun limite di velocità. In fondo non sono nemmeno ubriaco, stasera non ho bevuto niente.
Niente di niente, nemmeno un bitter.
Eppure ho la testa che mi scoppia, non so se ridere o piangere, sembro un clown chiuso nel suo camerino dopo lo spettacolo, e in tutta sincerità non so come andrà a finire questa stupida notte. Mentre scorro sotto le luci giallognole della M42, il riflesso metallico mi distrae, e poso per l’ennesima volta lo sguardo su quel gingillo, che ho scaraventato come fosse un sacco di spazzatura, sul sedile posteriore della mia Datsun Cherry blu cobalto.
La cartellonistica mi indica che ho infilato la M1 e sto andando verso Sheffield.
Oltre l’autostrada la campagna delle West Midlands è buia da far paura, solo qualche bagliore in lontananza, probabilmente lampioni che delimitano recinzioni di fabbriche di periferia.
Man mano che il tempo passa mi rendo conto di aver commesso una bella stronzata, ma d’altro canto ne avevo ben donde, quei disgraziati mi stavano mettendo sotto sopra il locale, il mio locale, e mi è balenata in testa un’idea su come fargliela pagare.
Solo che adesso sento la rabbia scomparire, forse è il momento di porre fine a questa inutile sceneggiata, devo fermarmi, rimettere a posto i pensieri, provare a spiegare l’accaduto, e tornarmene a casa.
Mi basta trovare un ufficio di polizia, e cercare di esporre nella maniera più esauriente possibile, quello che è successo all’incirca un’ora fa.
Se saranno comprensivi, non sarà certo la fine del mondo, o almeno spero.
Scalo un paio di marce e il motore grugnisce che è una meraviglia.
Imbocco la prima uscita utile, mi passo una mano sui capelli per non assomigliare a un fuggitivo di chissà quale carcere di estrema sicurezza, e con il labbro inferiore mi inumidisco i baffi.
Leggo d’inerzia la segnaletica, mi pare che il posto si chiami West Bar, dove francamente non sono mai stato in vita mia, ma dove, per fortuna, c’è quello che speravo: una piccola stazione di polizia ricavata nell’angolo di un vecchio edificio georgiano in mattoni d’arenaria rossi.
Parcheggio la macchina accanto a quella delle forze dell’ordine, e mi volto un ultimo istante verso il retro, scuotendo sensibilmente la testa.
Una frase in ordine ben preciso mi solca la mente, sembra che il mio vocabolario dialettico si sia ristretto a questa singola espressione:

-Che cazzo ho fatto?

Meno male che l’aria tersa della notte mi riempie i polmoni, asciugandomi un pò di confusione.
Ormai è primavera inoltrata nonostante tiri la solita brezza allegra di queste parti.
C’è una coppia che sta uscendo dal commissariato, lei indossa una minigonna inguinale, un giacchetto di pelle nemmeno buono per un rigattiere di seconda mano, e si regge in piedi approssimativamente su di un paio di scarpe rosse dal tacco imbarazzante.
Lui ha la faccia seminascosta da una fluente barba brizzolata, una camicia a motivi floreali, un paio di jeans attillati, e delle converse scolorite.
Il poliziotto in cima alla breve scalinata, li guarda andarsene, tenendosi le mani sui fianchi. Appare stanco e decisamente nervoso.
Non appena i due scendono sul marciapiede e incominciano ad allontanarsi, li ammonisce in tono seccato:

-Andate a casa forza, e non fatevi beccare più, altrimenti prima o poi passate qualche giorno nelle patrie galere per la gioia della signorina Thatcher che ne ha le palle piene di avanguardisti, hooligans, punk e drogati come voi.

Sposta lo sguardo su di me.
Ho un piede sul primo gradino di cemento della scala d’ingresso e la mano sinistra stretta alla sbarra della ringhiera.
Cerco l’espressione più calma e serena di questo mondo, tuttavia si capisce lontano un miglio che non sono credibile.
Guardo l’orologio come a darmi un’inflessione di serietà, i cristalli liquidi del mio Seiko al quarzo indicano che è mezzanotte passata da qualche minuto.
L’ora dei pazzi, andiamo male Eric mio.
Il poliziotto, un giovane dai capelli biondicci senza berretto d’ordinanza, e con una frangetta più bizzarra che ingraziante, dopo un attimo di esitazione, in maniera piuttosto stizzita mi dice:

-E lei?

E io? Penso tra me e me.., io dovrei soltanto farvi presente una cosa, 10 minuti e me ne vado.

-Guardi, si auguri che sia una cosa seria e non una cavolata perché ultimamente di dissennati c’è ne sono anche troppi in giro.
Si figuri, un oretta fa ci hanno chiamato dalla centrale di Birmingham perché dicono che un pazzo abbia rubato la Coppa dei Campioni vinta dall’Aston Villa...avanti, salga su e si accomodi, arriviamo tra un istante.

Sto per aggiungere qualcosa ma poi all’ultimo momento ritraggo le parole. Meglio così, meglio parlare all’interno, in maniera concisa e tranquilla, magari mi offriranno pure qualcosa da bere..
Diamine, in un qualche giornale lessi che per certi collaboratori di giustizia c’era un trattamento di favore.

La stazione di Polizia di West Bar, assomiglia a una sorta di ambulatorio medico, con uno sportello in vetro antiproiettile fissato lungo un bancone che copre i sei o sette metri di larghezza della stanza, più un minuscolo atrio d’aspetto, con delle scomodissime seggioline di legno fissate alla parete, utili a rannicchiarsi e aspettare il proprio turno magari in manette.
Nel mio caso, almeno per ora, me ne stavo senza catene ai polsi.
Attesi i cinque minuti accademici.
Nel frattempo il poliziotto che mi aveva fatto entrare, si era defilato scomparendo dentro una porta di servizio.
Al di là dello sportello, immancabile, la classica donna da centralino, una stanca signora dai capelli rossicci.
Alzò pigramente gli occhi per scrutarmi, smuovendo impercettibilmente un angolo della bocca, come a confermare la sua tesi precotta della presenza di un nuovo tossicomane o alticcio scocciatore notturno.
Insomma, evidentemente non presentavo la faccia del serial killer, nemmeno quella del terrorista islamico, o del fanatico dell’IRA.
Con malcelato disprezzo mi dice di darle un documento e di spiegarle il motivo per cui alle 00.24 minuti del 31 maggio 1982, fossi voluto entrare alla caserma della polizia di West Bar poco distante dal centro di Sheffield:

–Prego signor, dica pure...

Rintraccio una parvenza di contegno, ma capisco che alla luce dell’accaduto, il mio sforzo di chiarire il caso in maniera ragionevole sia insostenibile.

-Ecco, ho rubato io la Coppa dei Campioni ai giocatori dell’Aston Villa, c’è l’ho con me, l’ho messa sul sedile posteriore della mia auto posteggiata qui fuori!!!

La donna respira profondamente.
Emette un colpo di tosse di circostanza, schiocca le labbra, preme un numero sulla tastiera del telefono nero posto accanto a lei, e un paio di secondi dopo ecco aprirsi la porta alle sue spalle ed entrare un paio di agenti.
Quello di grado verosimilmente più alto, un tipo normolineo dal baffetto curato, prende la parola:

-Qual è il problema agente Davies?

-Questo tizio dice di avere la Coppa dei Campioni, o come diavolo si chiama quella cosa sportiva, dentro la sua macchina, qua al parcheggio.

Il poliziotto mi osserva da capo a piedi in un misto fra curiosità e pena, dopodiché enuncia ciò che temevo.

-Mi ascolti bene, sono il sergente Mick Greenough e in vent’anni di servizio ne ho sentite parecchie di stronzate.
Un giorno è venuto un tizio alle tre di notte dicendo di aver rapito la Regina Elisabetta, e un’altra volta un tale convinto di essere Gesù Cristo.
Ci mancava giusto il ladro pentito delle coppe calcistiche.
Sia cortese, mi dica la verità, mi sta prendendo per il culo vero? Guardi che mi girano le scatole a fare il turno di notte e la sbatto dentro se scopro che si è fatto di qualche acido.
Facciamo così, non ci siamo visti e vada a dormire, dalla patente vedo che abita nei dintorni di Birmingham, certo ne ha fatta un bel po’ di strada per venire fin qui a dirci questa stupidaggine, eh?

-No, no, è tutto vero, controlli pure, ecco queste sono le chiavi.

-Ok, ok, … Wells proceda ad aprire quella fottuta macchina, e diamo soddisfazione al signor Sykes.
Vada a prendere la Coppa..

Resto a testa china mentre osservo le facce ironiche del gruppo di poliziotti a cui nel frattempo si è aggiunto il biondino che mi aveva accolto all’entrata.
Quando l’agente Wells rientra però l’atmosfera cambia repentinamente.
I volti si fanno improvvisamente seri e tesi.
La Coppa dei Campioni d’Europa con ancora i nastrini colorati di claret&blue legati ai lunghi manici, adesso è sul bancone di un anonimo ufficio di polizia bella luccicante.
Percepisco il momento confuso scivolante nel catartico, e chiedo gentilmente di poter fumare una sigaretta.

-No, qui non si fuma... E comunque adesso prima che mezza Scotland Yard, giornalisti, addetti dell’Aston Villa, tifosi, e curiosi vari arrivino in massa in questo merdoso angolo d’Inghilterra, mi spieghi cosa ha combinato, visto che tutti, servizi segreti compresi, sono alla ricerca di questa cosa.

-Mi chiamo Eric Sykes ma questo lo sapete già. Sono il titolare del Fox Inn di Hopwas.
I giocatori dell’Aston Villa avevano scelto senza nessuna prenotazione preventiva il mio locale per festeggiare.
Me lì sono ritrovati dentro a sorpresa i campioni d’Europa, belli carichi, pieni di donne e gentaglia al seguito. Il pub fu colmo in ogni ordine di posto, e la Coppa vinta nella finale di Rotterdam era lì, maestosa, adagiata su uno sgabello accostato al banco di mescita.
Tutti la volevano toccare, baciare, fotografare.
Era talmente al centro dell’attenzione che ad un certo punto rimase “così sola” che nessuno sembrò più accorgersi di lei, talmente tutti erano sbronzi e brilli.

-E perché mai l’ha portata via Sykes? Mi scusi, ma non capisco, stava facendo un sacco di soldi o sbaglio?

-Si, lei ha ragione, ma vede il fatto è che hanno incominciato a spaccarmi il pub, a far troppo casino, e io ci tengo al mio posto di lavoro, i soldi me lì sudo davvero, mica come quei calcia palloni a tradimento, e allora mi è salito il sangue alla testa, ho agito.
Ho preso quel dannato trofeo e sono scappato via, per dispetto, per spregio, per ripicca, insomma gliela volevo far pagare.

A questo punto la faccenda si fa grottesca, mi invitano sul retro a bere un tè.
Si capisce che non hanno nessuna voglia di arrestarmi né tantomeno di avvertire Birmingham del ritrovamento.
O quantomeno ad avvisarli ci provano ma di là non ci stanno ad ascoltare, erano troppo impegnati per un'emergenza di carattere nazionale: avevano appunto rubato la coppa dei campioni.
Ok allora a che fare?

L’idea arriva dall’agente Tim Wells:

- Chiamiamo due ragazzi e organizziamo un match 4 contro 4 in garage.

In palio la Coppa Campioni d’Europa, non capita mica tutti i giorni di poterla sollevare dopo una partitella tra amici.
In breve vedo entrare trafelati altri loro colleghi, ci trasferiamo tutti nel garage della caserma e giochiamo la partita di calcio più assurda della storia.
Nessuno parlò mai di quello che avvenne prima che le autorità venissero a riprendere la Coppa.
Nessuno seppe di quella mezzoretta di calcio nell’umidissima autorimessa della polizia di West Bar, con in palio il trofeo di club più ambito del continente.
E io, Eric Sykes, all’alba me ne tornai con tutta calma al mio pub, ormai vuoto e chiaramente in subbuglio.
La versione ufficiale fu soltanto quella che l’oggetto era stato ritrovato e riconsegnato.
Anni dopo l’edificio dove si trovava quella stazione fu messo in vendita, e da polverosi scatoloni sono riemerse le foto degli otto fortunati, me compreso, che in una notte di maggio del 1982, si giocarono in amicizia la Coppa dei Campioni.

-Non lo rifaccia, Sykes, mi raccomando.

-Ah no, certo che no dissi e poi, quando pensate che quelli possano rivincere un’altra volta la Coppa dei Campioni?

Avevo ragione".


Racconto preso da Ho Rubato La Coppa



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lunedì 19 ottobre 2015

I Premi Della MLB: MVP, Cy Young, Rookie, Gold Glove

Il premio "Rookie Of The Year Award" è assegnato annualmente al miglior rookie (esordiente) di ciascuna delle due leghe che compongono la MLB.
La scelta viene effettuata in base ai voti espressi dai membri dell'associazione americana dei giornalisti sportivi del Baseball (Baseball Writers Association Of America).
Il premio fu istituito nel 1940 ma venne assegnato per la prima volta solo nel 1947.


Il "Most Valuable Player Award" (meglio noto come MVP Award) è un premio annuale che viene consegnato al miglior giocatore di ciascuna della due leghe della Major League Baseball.
Questo premio venne introdotto nel 1931 ma ufficialmente solo nel 1944.
Tra gli interni il più premiato è il prima base, poi il seconda base ed infine il terza base.
Nelle decadi recenti, i pitchers raramente hanno vinto questo premio (si può ricordare Justin Verlander dei Detroit Tigers nel 2011).


Il "Cy Young Award" è un premio assegnato annualmente al miglior lanciatore dell'American League ed al migliore della National League.
Il premio fu assegnato per la prima volta nel 1956 dal commissario della MLB Ford Frick per onorare la memoria del lanciatore Cy Young, membro della Baseball Hall Of Fame e deceduto l'anno precedente. Inizialmente il premio era unico e veniva consegnato al lanciatore che si era maggiormente distinto tra le due leghe ma a partire dal 1967 ne vengono assegnati 1 per ciascuna lega.
La scelta dei vincitori è affidata ai voti dati dai membri della Baseball Writers Association Of America.
Ogni votante consegna una classifica dei primi tre migliori lanciatori secondo il suo giudizio, il risultato totale viene calcolato tramite una formula che tiene conto del valore dei voti espressi dai singoli.
Il giocatore che ottiene il maggior numero di preferenze si aggiudica il premio.

Il "Rawlings Gold Glove Award" (Guanto D'Oro) è un premio assegnato ai migliori giocatori di Baseball distinti per la loro capacità difensiva.
Ogni anno, sono distribuiti 18 guanti d'oro, uno per ogni ruolo (nove quindi) sia per la National League che per l'American League.
Il più vincente è il pitcher Greg Maddux (18) con 13 consecutivi dal 1990 al 2002.
Il terza base Brooks Robinson si fermò a 16, idem il pitcher Jim Kaat.
Il catcher più vincente è Ivan Rodriguez (13), stesso numero per lo shortstop Ozzie Smith.
Invece Willies Mays e Roberto Clemente si "fermano" a 12.
Infine Keith Hernandez è il prima base più premiato (11), Roberto Alomar 10 come seconda base.


Il "World Series Most Valuable Player Award" (MVP delle World Series) è un riconoscimento che viene assegnato annualmente al giocatore che si è maggiormente distinto durante le World Series, la serie finale che assegna il titolo di campioni della Major League Baseball.
Il premio venne istituito nel 1955 dalla rivista Sport Magazine: il vincitore era selezionato dai redattori della testata e il nome veniva annunciato subito dopo la conclusione dell'ultima partita delle World Series.
Solo tre giocatori hanno ricevuto questo riconoscimento due volte: Sandy Koufax (1963 e 1965), Bob Gibson (1964 e 1967) e Reggie Jackson (1973 e 1977).
Jackson è anche l'unico ad aver vinto il premio con due squadre diverse.
Bobby Richardson (New York Yankees) detiene invece il primato di essere il solo giocatore ad essere stato nominato MVP delle World Series pur giocando nella squadra perdente.
27 sono al 2015 i pitchers premiati (4 rilievi).



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sabato 17 ottobre 2015

La Storia Dei British And Irish Lions: Tutti I Tour (Rugby)

Il nome British And Irish Lions e la composizione di questo team-leggendario è una storia in verità un po' agitata e si dibatte fra le vicissitudini politiche e di cattivo sangue che da sempre dominano lo scenario delle isole britanniche, prima fra tutti il tema della Indipendenza irlandese senza tralasciare l’autonomismo scozzese.
Ecco allora che il British Isles Rugby Union Team, uno dei primi nomi di questa Selezione, già chiamatosi semplicemente Great Britain, diventa con l’andar del tempo British Lions e solo nell’ultimo ventennio prende piede la definitiva denominazione di British And Irish Lions.
Per la precisione sino al 2001 i British And Irish Lions erano conosciuti come “British Isles Rugby Union Team”.
Al di là di queste considerazioni sui nomi, come si sarà capito, si parla di una selezione di Rugby che comprende i giocatori delle quattro “Home Nations”, ossia delle quattro regioni britanniche dove il rugby a 15 è nato e si è sviluppato: Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda.
Il mito dei British Lions nasce negli anni ’70, con le nette affermazioni contro le nazionali dell'emisfero Sud.
Va inoltre specificato che fino agli anni ’80 del secolo scorso i confronti in terra australe contro le forti nazionali locali erano compito esclusivo di selezioni come quella delle British Isles, che rappresentavano il meglio del Rugby dell’emisfero settentrionale al cospetto dei giganti australi.


1888-1910: I TOUR NON UFFICIALI
Si parte nel 1888, quando una squadra composta principalmente da giocatori inglesi, con qualche rinforzo gallese e scozzese, visita Australia e Nuova Zelanda per un tour dimostrativo.
Non furono disputati test-match ufficiali, ma ben 35 incontri con selezioni provinciali, cittadine ed universitarie (con un totale di 27 vittorie).
Questa esperienza, sebbene mai riconosciuta come ufficiale, fu importante non solo in quanto fu la prima in termini assoluti, ma fondamentalmente perché servì a definire l’accezione di “tour", poi negli divenuta parola di uso comune.
Nel 1891, la Western Province Union invitò la formazione britannica a ripetere il tour effettuato tre anni prima in Australia e Nuova Zelanda, anche in territorio sudafricano, sebbene in quel periodo il Sud Africa non fosse ancora uno stato.
Nell’occasione venne messa in palio dal governatore delle province britanniche, Donald Currie, l’omonima Currie Cup, da assegnare alla selezione regionale sudafricana che meglio si sarebbe comportata contro il team del Regno Unito.
A “vincere” la Currie Cup (oggi assegnata ai vincitori del campionato sudafricano) fu la provincia di Griqualand West, che alla fine risultò essere la migliore delle formazioni sconfitte, avendo perso il suo match per 3-0.
Cinque anni dopo la rappresentativa delle isole britanniche tornò in Sud Africa giocando in tutto 21 incontri di cui 4 (tre vittorie e una sconfitta) contro una selezione non ancora ufficiale di tutto il Sud Africa.
Per la prima volta presero parte alla trasferta anche alcuni giocatori provenienti dalla Rugby Union irlandese a discapito di qualche rugbista gallese o scozzese.
Ma è di tre anni più tardi, 1899, il primo tour in cui furono presenti, tra i ventuno giocatori convocati, rappresentanti di tutte e quattro le “Home Nations”.
Le partite si svolsero in Australia e i britannici riportarono ben tre affermazioni su quattro ai danni della nazionale australiana, ma persero alcuni match (contro Metropolitan e Queensland).
Nell’estate del 1903 (Sud Africa), del 1904 e in quella del 1908 (entrambi in Australia e Nuova Zelanda) si svolsero altre tre spedizioni non ufficiali.
Nel 1908 la selezione inviata nell’emisfero australe comprendeva solamente giocatori inglesi e gallesi.
Il Rugby dell’emisfero Sud era però cresciuto molto e la formazione britannica riuscì ad ottenere solo qualche buon risultato al fronte di nette sconfitte contro gli “All Blacks” neozelandesi.


1910 E LE GUERRE
Nel 1910 per la prima volta sono i dirigenti delle quattro “Home Unions” a selezionare i giocatori della British Isles Rugby Union Team.
Per questo motivo il tour in Sud Africa dell’estate 1910 viene riconosciuto come il primo ufficiale della storia dei “Lions”.
Questo appellativo peraltro non è ancora stato attribuito alla formazione anglosassone e verrà coniato solamente nel 1924, sempre in terra sudafricana, quando sulla casacca della rappresentativa comparve per la prima volta l’immagine di un leone, a simboleggiare la forza e l’orgoglio dei popoli britannici.
Nel 1910 i risultati delle British Isles non furono entusiasmanti e si registrarono parecchie sconfitte, al fronte di una sola affermazione nei tre match contro gli Springboks.
Passeranno poi ben 14 anni e una guerra mondiale prima della successiva partita dei Lions.
È il 12 luglio 1924 e i Leoni d’oltremanica perdono di misura 7-6 contro la selezione del Western Province.
Nei test match ufficiali il passivo è disastroso: quattro sconfitte su quattro contro il Sud Africa.
 È il preludio ad un quarto di secolo poco entusiasmante per i britannici.
Le uniche affermazioni arrivano contro le modeste squadre argentine in due tour, quello non ufficiale del 1927 e quello riconosciuto del 1936.
Nel 1930 in Nuova Zelanda e in Australia e successivamente nel 1938 in Sud Africa, i Lions tornano a casa con una sola vittoria in un test-match (10 settembre 1938, 21-16 sul Sud Africa a Città del Capo) e ben sette sconfitte.


IL DOPOGUERRA
Negli anni ’50, dopo la seconda guerra mondiale e dopo altri dodici anni senza incontri, viene organizzato un nuovo tour in Australia e Nuova Zelanda nel quale, per la prima volta, vengono adottati i colori che ancora oggi contraddistinguono la selezione britannica: maglia rossa, calzoncini bianchi e calzettoni verdi mandano in pensione la divisa dorata utilizzata fino ad allora.
I Lions qui ottengono alcuni buoni riscontri.
In Nuova Zelanda perdono di misura tre match contro gli All Blacks e ne pareggiano uno 9-9.
In Australia riescono a vincere quasi tutte le partite, compresi due test-match contro i Wallabies, perdendone una sola contro il XV del Nuovo Galles del Sud.
Progressi si registrano anche nel tour del 1955 in Sud Africa, quando i Lions, guidati dal capitano dell’Irlanda Robin Thompson, archiviano la serie di quattro test-match in parità, con due vittorie e due sconfitte contro gli Springboks.
I tour del 1959, 1962, 1966 e 1968 saranno considerati a posteriori come tappe di avvicinamento a quelli dei trionfali successi di inizio anni ‘70.
In questi quattro tour i Lions registrano risultati altalenanti, con cinque vittorie (quattro delle quali sull’Australia e una sulla Nuova Zelanda) e tredici sconfitte complessive.
Nel 1966, dopo quattro batoste contro gli All Blacks, i Lions affrontarono per la prima volta una formazione del proprio emisfero in un incontro ufficiale: il Canada, sconfitto agilmente a Toronto.


ANNI 70 E GLI IMBATTIBILI LIONS
La generazione di fenomeni nata in Galles una ventina di anni prima è pronta alla consacrazione internazionale.
Sono i Lions “made in Wales” della formidabile mediana Barry John-Gareth Edwards, dell’ala Gerald Davies, dell’estremo J.P.R.Wiliams, del capitano John Dawes e del coach Carwyn James, senza dimenticare l’esperto seconda linea irlandese Willie John McBride e il pilone scozzese Ian McLauchlan.
I British Lions perdono la partita d’esordio contro la regione del Queensland.
Poi inanellano una serie di quindici vittorie consecutive, tra cui quella contro i giovani “New Zealand Maori”. Gerald Davies dirà a proposito di quel match: “Crebbe la fiducia in noi stessi e iniziammo a credere nella possibilità di battere gli All Blacks”.
La cosa avvenne puntualmente: a Dunedin i Leoni si impongono per 9-3 con due piazzati e una meta contro un solo piazzato dei padroni di casa.
Nel secondo incontro, a Christchurch, forse troppo sicuri dei propri mezzi, perdono per 22-12.
La rivincita è a Wellington, 13-3 per il Lions che si portano in vantaggio 2-1 nel conto delle sfide.
Il quarto e decisivo incontro sancisce la vittoria complessiva dei Lions.
Nello storico Eden Park di Auckland gli anglosassoni entrano nel paradiso del rugby.
Un 14-14 che fa storia, con il drop di J.P.R. Williams che porta in vantaggio a pochi minuti dal termine la formazione in maglia rossa, e col successivo controsorpasso mancato dai neozelandesi.
Pareggio e primo tour vinto dai Lions in terra neozelandese.
Nel 1974 l'ossatura della squadra è sempre quella del leggendario Galles anni ‘70 e le vittorie sono ancora più altisonanti di quelle di tre anni prima.
In Sud Africa i Lions realizzano il tour “quasi perfetto”, figlio di 21 vittorie e di un solo pareggio contro gli Springboks.
Nei quattro test match disputati la serie si chiude con un netto 3-0: la vittoria nella “battaglia dello stadio Boet Erasmus”.
Il 13 luglio 1974, a Port Elizabeth dopo le prime due affermazioni degli “ospiti”, si affrontano per la terza volta Springboks e Lions.
I precedenti due match erano stati delle vere e proprie guerre, così come tutti gli incontri di contorno disputati fino ad allora, conditi da intimidazioni psicologiche e interventi violentissimi da parte dei padroni di casa.
I Sud Africani, coperti dall’arbitro, sempre originario del paese ospitante, basavano il loro gioco sullo scontro fisico e sull’intimidazione.
In quel match del 13 luglio però, i dirigenti britannici decisero di reagire con quella che passerà alla storia come “la infame chiamata 99”.
In pratica non appena il gioco si sarebbe inasprito in maniera particolare, il capitano Wille John McBride avrebbe dovuto chiamare lo schema “99” (da 999, il numero telefonico di emergenza britannico) e i Lions si sarebbero dovuti scagliare istantaneamente e nello stesso istante sullo Springboks più vicino, consci del fatto che l’arbitro non avrebbe potuto espellerli tutti quanti.
Così avvenne e quella ribellione collettiva passò alla storia come “The Infamous Call 99”, all’interno del match di Rugby più violento che la storia ricordi, finito, 29-8 per i Lions.
Nel 1977 in Nuova Zelanda i Lions vincono uno solo dei quattro test-match contro gli All Blacks.
I primi due tour degli anni ‘80 saranno sulla falsariga del precedente: 1-3 nella serie sudafricana del 1980, 0-4 in quella neozelandese del 1983, nonostante una valanga di affermazioni sulle altre rappresentative incontrate.
La nascita, nel 1987, della Coppa del Mondo di Rugby crea ordine nel calendario internazionale e assegna una cadenza quadriennale ai Tour dei Lions a partire dal 1989.
Nel 1993 infatti, il “Rugby Union”, così come lo chiamano gli anglosassoni, abbandona il suo status di dilettantismo e abbraccia il professionismo.
Intanto negli ultimi tour dilettantistici, datati 1989 e 1993, i Lions viaggiano a corrente alternata: nel 1989 riportano 11 vittorie su 12, perdendo un solo match contro l’Australia e totalizzando un complessivo 2-1. Nel 1993 perdono 2-1 la serie contro la Nuova Zelanda e vincono sei dei restanti sette match di contorno.


GLI ANNI 90 E IL PROFESSIONISMO
Con l’avvento del professionismo gli osservatori avevano previsto un rapido declino della centenaria selezione, ma presero un colossale granchio.
Difatti, dopo i tour del 1997 (2-1 sul Sud Africa) e del 2001 (1-2 con l’Australia), indipendentemente dai risultati sul campo l’interesse del pubblico è cresciuto a dismisura.
Questo proprio grazie all’avvento del professionismo, alle televisioni ed al carisma ed alla popolarità dei giocatori più bravi.
Il tour del 2005 si è svolto in Nuova Zelanda e gli All Blacks hanno vinto la serie 3-0.
Nel 2009 in Sud Africa i Lions sono stati sconfitti 2-1.
Infine il tour australiano del 2013 si chiude con una vittoria per 2-1 sull'Australia, grazie ad un meraviglioso Halfpenny.
Prossimo Tour, nel 2017, in Nuova Zelanda.




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giovedì 15 ottobre 2015

La Storia Della Nazionale Nord-Irlandese Di Calcio: Mondiali ed Europei

Messa sotto l'egida dell'Irish Football Association(IFA), nel lontano 1913 una rappresentativa dell’Irlanda unita vinse gli Home Nations Championships battendo Inghilterra, Scozia e Galles per il titolo.
Saranno 8 i tornei interbritannici che questa nazionale riuscirà a conquistare.
Un'unica nazionale a riunire le due Irlanda rimarrà sino al 1922, quando poi atroci guerre indipendentiste lacerarono definitivamente il territorio: tra fedeli di sua Maestà ed indipendentisti repubblicani.
Come detto quindi i seguenti quarant’anni, dopo il primo torneo interbritannico vinto, hanno visto il calcio irlandese trasformarsi in un campo di battaglia.
Così come le altre rappresentative britanniche, l'Irlanda del Nord non partecipa alle prime 3 edizioni della Coppa del Mondo.
Erano gli anni dove la FAI (Football Association Of Ireland) e l'IFA (Irish Football Association) combattevano per la supremazia.
Ad ogni modo il nome di questa nazionale lo si deve ovviamente a George Best: uno dei giocatori più forti di tutti i tempi.
Pallone d'oro e vincitore di praticamente tutto con il Manchester Utd della sacra triade (Best, Bobby Charlton e Law).
Paradossalmente però l'Irlanda Del Nord più "bella" è quella delle decade precedenti e successive a George Best.


MONDIALE 1958 (QUARTI DI FINALE)
I tifosi nordirlandesi dovettero aspettare fino a Svezia 1958, edizione in cui la loro nazionale si qualificò per i Mondiali di calcio.
Il 1958 segnò un momento speciale per le isole britanniche.
Fu la prima e unica volta in cui Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord si sono qualificate per gli stessi campionati mondiali di calcio.
Ad esempio la Scozia si qualificò superando un girone che comprendeva Spagna e Svizzera.
L’Irlanda del Nord superò un gruppo che includeva Italia e Portogallo e divenne la nazione meno popolosa a qualificarsi a un Mondiale, record che è rimasto in piedi fino ai Mondiali del 2006.
L'Italia venne battuta 2-1 nel match decisivo a Belfast, scoppiarono anche continui tafferugli in campo fra i giocatori e Ferrario venne aggredito.
Mancavano solo le bombe e poi c'era tutto: in un clima davvero infernale ed intimidatorio.
Un famoso telecronista dell'epoca, Carosio, commentò: "Cosa aspetta la polizia a intervenire? Quattro randellate ben date e tutto torna a posto".
L’Irlanda del Nord quindi ai Mondiali, solamente dieci anni dopo che la FIFA ebbe ristretto le sue possibilità di convocazione dei giocatori alle sei contee del nord.
La nazionale venne sorteggiata nel gruppo con Germania Ovest, Cecoslovacchia e Argentina.
Il gruppo della morte, se mai ce ne fu uno.
La partita d’apertura li vide scontrarsi contro la Cecoslovacchia ad Halmstad.
L’allenatore Peter Doherty e il capitano Danny Blanchflower(Tottenham) ebbero tuttavia gravi problemi da affrontare.
 Il 1958 era l’anno del disastro aereo di Monaco che vide la tragica morte di 23 passeggeri, molti dei quali membri della squadra o dello staff del Manchester United.
Peter Doherty dovette fare i conti con la perdita di Jakie Blanchflower, il fratello più giovane del capitano Danny, che restò ferito nell’incidente aereo dello United.
La perdita di Jakie era enorme.
Ma i problemi della selezione di Doherty non finirono lì.
Dovette affrontare anche l’infortunio del centravanti dei Rangers Billy Simpson.
A Doherty prima dell'esordio gli venne l’idea di mettere, il difensore Willie Cunningham(Leicester City) nella posizione da numero 5 in modo da consentire a Derek Dougan(Portsmouth) di fare il centravanti.
Dougan divenne il terrore della Cecoslovacchia durante la partita.
Assieme al portiere Harry Gregg del Manchester Utd fece una partita meritevole.
Man mano però i nord irlandesi presero il controllo della gara, e spronati dal pubblico, obbligarono la Cecoslovacchia a una cocente sconfitta.
A metà del primo tempo il villans Peter McParland, che avrebbe segnato cinque gol in quel torneo, incendiò Halmstad quando tagliò in due la difesa cecoslovacca con un cross che fu intercettato da Wilbur Cush, la cui deviazione spedì debitamente la palla nella porta avversaria.
Senza sedersi sugli allori, gli irlandesi continuarono ad attaccare, rischiando anche qualcosa in contropiede ma vinsero 1-0.
Tuttavia la seconda partita vide i nord irlandesi soccombere 3-1 contro l'Argentina.
La terza partita era contro Germania Ovest che aveva vinto la Coppa del Mondo nel ’54.
Nonostante i detrattori, l’Irlanda del Nord sopportò un grande test contro la Germania Ovest.
McParland tornò sé stesso, terrorizzando i tedeschi per tutta la partita.
La Germania Ovest non poté contenerlo e segnò due gol che stordirono i tedeschi.
Ma la Germania non mollò e la partita finì 2-2.
Un buon risultato che significava dover incontrare ancora una volta la Cecoslovacchia per uno spareggio, la cui vittoria avrebbe garantito il passaggio del turno a gruppi.
Dopo diciassette minuti i cechi, i cechi passarono in vantaggio.
Le cose si misero ulteriormente male per l’Irlanda del Nord dopo che il portiere Norman Uprichard si storse la caviglia e si frantumò la mano contro il palo.
Gli irlandesi non avevano un portiere di riserva poiché la prima scelta Gregg era stato escluso prima del match.
Dovettero continuare con un portiere infortunato a difesa dei pali.
Due minuti prima della pausa, gli irlandesi stordirono i cechi grazie a uno splendido tiro di McParland che pareggiò i conti.
La partita terminò 1-1 e su entrambe le parti incombevano i supplementari.
Al decimo del primo tempo supplementare, McParland fortificò la sua posizione nei cuori dei tifosi irlandesi colpendo al volo la palla oltre il portiere ceco Stacho.
Poi a Bertie Peacock fu annullato un gol per fuorigioco ma il risultato non cambiò più: avevano raggiunto i quarti di finale della Coppa del Mondo FIFA.
Dopo la Cecoslovacchia arrivò la Francia di Just Fontaine che terminò la corsa dei nord irlandesi, battuti 4-0.


MONDIALE 1982 (SECONDO GIRONE)
Nei decenni successivi, nonostante la presenza di George Best che rimane tra i più grandi di tutti i tempi, i nord irlandesi non riuscirono a qualificarsi per mondiali ed europei.
Solamente nel corso degli anni Ottanta la squadra tornò a giocare i Mondiali, partecipando alle edizioni del mondiale 1982 e 1986 sotto la guida di Billy Bingham.
A Spagna 1982 schierò Norman Whiteside, che divenne il calciatore più giovane sceso in campo nella fase finale dei Mondiali (all'età di 17 anni).
Il cammino si aprì con due pareggi: 0-0 contro la Jugoslavia ed 1-1 contro l'Honduras.
Segnò Gerry Armstrong ai tempi in forza al Watford.
Rimaneva il match conclusivo: un vero e proprio spareggio contro la Spagna.
Prevalsero proprio i nord-irlandesi con una rete dello stesso Armstrong al 47esimo.
Nel secondo girone finirono insieme ad Austria e Francia.
Il match d'esordio contro l'Austria finirà 2-2 grazie ad una doppietta di Billy Hamilton del Burnley.
Ma sarà ancora una volta la Francia fatale: 4-1 con rete della bandiera ancora di Armstrong.


MONDIALE 1986 (GIRONE)
I sorteggi non hanno mai aiutato la nazionale nord-irlandese.
Abbiamo visto nel 58 ma lo stesso discorso vale in parte per il 1982 ma soprattutto per Messico 1986.
Algeria a parte, le altre due sono Brasile e Spagna.
I nord-irlandesi esordirono contro l'Algeria: passarono subito avanti grazie a Whiteside ma vennero sorprendentemente raggiunti nella ripresa.
Contro la Spagna arriva una sconfitta per 2-1 (inutile la rete della bandiera di Clarke), invece finisce 3-0 la partita contro il Brasile.


EUROPEI 2016 (QUARTI DI FINALE)
Quello dei Nord-Irlandesi in Francia è stato un buon torneo.
Girone molto difficile dove all'esordio ad attendere la nazionale di Michael O'Neill c'è la Polonia.
Finirà 1-0 per i polacchi.
La storia invece si farà nel secondo match quando i Nord-Irlandesi batteranno 2-0 l'Ucraina grazie alle reti di McAuley e McGinn.
L'ultima partita è proibitiva: contro la Germania.
Finirà però solo 1-0 per i tedeschi.
Il Nord Irlanda, grazie alla nuova formula, pur essendo arrivato terzo si qualifica tra le migliori 4 terze con 3 punti.
I quarti sembrano proibitivi contro il Galles ma i verdi vendono cara la pelle, giocando anche meglio nel 1t ma sarà una sfortunata rete di McAuley a 15 minuti dalla fine a condannarli all'eliminazione.


RECORD CONTRO NAZIONALI MAGGIORI
Contro l'Inghilterra 3 vittorie in 37 confronti(ultima vittoria nel 2005), contro la Germania 2 vittorie in 15 confronti (le vittorie per 1-0 e 0-1 nel 1982 e nel 1983), contro la Spagna 2 vittorie in 18 confronti (lo 0-1 nel 1982 e il 3-2 del 2006) e contro l'Italia 1 vittoria in 9 partite (il 2-1 nel 1958).



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domenica 11 ottobre 2015

La Storia Della Nazionale Gallese Di Calcio: Mondiali ed Europei

La Nazionale Gallese è stata, nella sua storia, fucina di grandissimi giocatori e leggende.
Quasi mai però i grandi nomi si sono tradotti in buoni risultati.
Dai recenti Gareth Bale e Ramsey, passando per l'eterno Giggs, senza scordarci di Ian Rush, Mark Hughes, John Toshack, Bryan Flynn, Billy Meredith, Gary Speed, Neville Southall, etc
12 furono comunque i tornei interbritannici vinti dai Gallesi (l'ultimo nel 1970).
Ma quello per cui il Galles è principalmente ricordato è la squadra che nel 1958, ai Mondiali, mise in difficoltà il Brasile di Pelè.

Borel su John Charles: «Sono oltre trent’anni che seguo il gioco del calcio e posso dire che mai nessun atleta mi ha impressionato nel gioco di testa, come Charles. 
È senz’altro favorito dalla statura, ma sa contemporaneamente saltare e colpire, con una precisione mai vista fino a quel momento. 
Nel gioco di testa è completo, sa effettuare il tiro diretto in porta con precisione e potenza e, nel medesimo tempo, sa effettuare il passaggio breve e preciso, per mettere il compagno nelle condizioni migliori per giocare la palla».  


MONDIALE 1958 (QUARTI DI FINALE)
Come detto, l'unica competizione mondiale a cui gallesi hanno preso parte è il mondiale del 1958.
Per la verità andrebbe sottolineato che alle prime 5 edizioni del mondiale (1930, 1934, 1938, 1950, 1954) non presero parte per loro scelta (principalmente dissidi con la federazione).
Quello del 1958 è il primo ed unico mondiale dove i dragoni riuscirono a qualificarsi.
Curiosamente a quell'edizione si qualificarono, oltre al Galles ed ovviamente all'Inghilterra, anche Scozia e Nord Irlanda.
Il Galles approdò alla Coppa del Mondo 1958 (che si teneva in Svezia), grazie ad uno spareggio contro Israele.
I Dragoni vinsero facile sia all'andata che al ritorno: 2-0 al Ramat Gan Stadium e sempre 2-0 al Ninian Park di Cardiff ottenendo così la qualificazione al campionato mondiale di Calcio.
Era il Galles di John Charles(Juventus), Cliff Jones(Tottenham) ed Ivor Allchurch(Swansea).
In Svezia il Galles fu inserito nel gruppo C con i padroni di casa, l'Ungheria e il Messico: i gallesi figurarono molto bene, riuscendo a passare il turno tramite uno spareggio.
Per la verità arrivarono 3 pareggi: doppio 1-1 con Ungheria(Charles) e Messico(Allchurch) e 0-0 contro la Svezia.
Fu necessario uno spareggio, dove i gallesi finalmente si sbloccarono e batterono 2-1 l'Ungheria grazie alle reti di Allchurch e Medwin.
Qualificati dunque ai Quarti contro il Brasile.
In quest'ultima gara comunque i Dragoni dovettero sostenere anche l'assenza del loro più forte giocatore: John Charles(infortunato) e subirono una sconfitta per 1-0, unica rete siglata da Pelé al 67esimo.
Il memorabile cammino del Galles al mondiale del 1958 fu di ispirazione per il libro When Pele Broke Our Hearts: Wales And The 1958 World Cup scritto da Mario Risoli, opera dalla quale fu anche tratto un documentario che ricevette una nomination ai Bafta Cymru Awards.


EUROPEI 2016 (SEMIFINALE)
Storia recente invece la prima qualificazione agli Europei del 2016 che avranno sede in Francia dove i gallesi hanno dovuto battere la concorrenza di Belgio, Bosnia, Israele, Cipro ed Andorra.
Il Galles apre il girone di qualificazione battendo 2-1 la Slovacchia.
Match per larga parte dominato dai gallesi (a cui mancano anche 2 rigori ed 1 espulsione a favore): apre Bale, poi pareggiano gli slovacchi, 2-1 di Robson Kanu a 10 minuti dalla fine.
Nella seconda partita il Galles affronta l'Inghilterra.
Primo tempo avaro di emozioni con i gallesi che si portano avanti con una punizione di Bale (complice una disattenzione di Hart), nella ripresa però Hodgson toglie gli irriconoscibili Kane e Sterling e l'Inghilterra rimonta con l'appena entrato Vardy e poi al 92esimo con la rete di Sturridge.
Ultima partita è un comodissimo 3-0 rifilato alla Russia: reti di Ramsey, Taylor e Bale.
Complice lo 0-0 dell'Inghilterra contro la Slovacchia, i dragoni vincono con 7 punti addirittura il gruppo.
Inglesi secondi.
Agli ottavi il Galles becca in un super derby l'Irlanda del Nord.
Match tesissimo e difficilissimo: giocano meglio i nord-irlandesi ma sarà uno sfortunato autogol di McAuley a condannarli alla sconfitta.
Ai quarti di finale l'avversario è il Belgio.
Belgi che passano subito con una rete di Nainggolan ma paradossalmente si spengono qui.
Il Galles pareggia prima con Williams, poi passa con una gran rete di Robson Kanu.
La chiude sul 3-1 Vokes.
La corsa del Galles termina in semifinale: sconfitti 2-0 dal Portogallo (che poi vincerà il torneo).
Nani e C.Ronaldo mandano i gallesi a casa con un uno-due ad inizio ripresa, nonostante una prima frazione di gioco equilibrata.


RECORD CONTRO NAZIONALI MAGGIORI
La nazionale più incontrata è l'Inghilterra: 14 vittorie in 102 partite disputate.
L'ultima vittoria risale a maggio 1984.
Contro il Brasile 1 vittoria (1991) in 10 partite giocate, contro la Germania 2 vittorie in 17 partite giocate(ultima vittoria nel 2002).
Contro l'Italia 2 vittorie in 9 confronti diretti (ultima vittoria il 2-1 del 2002).
Contro la Francia 1 vinta in 4 partite (0-1 del 1982), infine contro la Spagna 1 vittoria in 5 partite (il 3-0 nel 1985).


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mercoledì 7 ottobre 2015

La Storia Di Yogi Berra: Frasi ed Aforismi

Yogi Berra, uno dei più famosi giocatori di Baseball di tutti i tempi, è morto pochi giorni fa a 90 anni in una casa di riposo nel New Jersey.
Berra nacque a St.Louis nel 1925.
Lawrence all’anagrafe ma per tutti “Yogi”.
Fu un suo compagno di squadra a battezzarlo così.
Vedendolo sempre seduto a terra a gambe incrociate in attesa del suo turno in battuta gli disse «sembri proprio uno yogi indiano!».
E così nacque la leggenda.


CARRIERA E RECORD
Divenne un simbolo dei New York Yankees, con cui giocò per quasi tutta la sua carriera e vinse nel ruolo di catcher, ma anche di coach e manager, ben 13 World Series, giocandone in tutto 21: nessun altro giocatore ha vinto tanto.
Per gli Yankes giocò dal 1946 al 1963, poi passò ai Mets per una brevissima esperienza nel 1965.
Come manager e coach, oltre a Yankees e Mets, guidò anche gli Houston Astros.
Anche le statistiche ne rivelano la bravura: 285 di media battuta, 358 fuoricampo, 411 eliminazioni al piatto su 7546 presenze alla battuta.
Per farla breve, pur essendo catcher, un ottimo battitore.
Come Nolan Ryan, Sandy Koufax, Lou Gehrig, Willie Mays, Babe Ruth, stella tra le stelle nella lista dei cento migliori giocatori del Novecento.
Più di Joe Di Maggio per numero di trofei esposti in bacheca: dieci a nove le World Series conquistate dal Berra in versione Yankees.
18 convocazioni per l'All Star Game, la tradizionale partita che si disputa ogni anno tra i rappresentanti più autorevoli delle due leghe a stelle e strisce.
Con la maglia numero 8 (ritirata per diritto e per onore) ha vinto in tre occasioni il premio come miglior giocatore dell'American League.
Nel 1972, il suo nome è stato inserito nella Hall Of Fame.
Quando si presentava Yogi nel box di battuta, il lanciatore guardava il suo manager in cerca di conforto.
Come ricevitore poi era qualcosa d'incredibile.
Chiamava i lanci del suo pitcher con la precisione chirurgica di già sa.
Yogi disponeva e suggeriva, inventava e risolveva.
La squadra si muoveva al suo comando.
Era un manager prima ancora di diventare un fuoriclasse con il guantone.
Ha commesso 109 errori in 1697 partite.
Con un braccio in grado di folgorare qualsiasi cosa si muovesse tra una base e l'altra in cerca di gloria, avversari compresi.
Un giocatore completo.


FRASI ED AFORISMI
La popolarità e la simpatia di Berra erano anche legate alla sua abitudine a commenti tra il filosofico e il comico che a volte inciampavano con la logica o la lingua.
Tant'è vero che nel 1998 pubblicò un libro intitolato “The Yogi Book: Non ho detto tutto quello che ho detto”, citando un’altra sua battuta.
E il suo carattere, il suo aspetto fisico e la sua buffa goffaggine dialettica superarono nella considerazione generale anche le sue qualità di giocatore.

La sua frase più celebre è:
Non è finita finché non è finita (It ain’t over ‘til it’s over)

Ecco altre note:
Dovete crederci! (You gotta believe!) (motto col quale nel 1972 condusse come manager i Mets dall’ultimo posto fino a vincere il pennant della National League)

Se posso vederla, posso batterla (Berra era un formidabile “wild swinger”)

Sapevo che giugno era il mese preferito di Pedro Guerrero, così gli ho detto che negli Stati Uniti giugno ha 60 giorni. L’ho visto a luglio e gli ho detto “Beh, Pedro, è il 52 giugno e vedo che sei ancora caldo!”

Se ti trovi a un bivio, imboccalo

Non abbiamo più il futuro di una volta

Se non potete imitarlo, non copiatelo

Si possono osservare un sacco di cose guardando

Il segreto di un buon manager è saper tenere lontani i giocatori che ti odiano da quelli che sono ancora indecisi

Abbiamo fatto troppi errori sbagliati (dopo la sconfitta contro i Pirates nelle World Series del 1960)

Il Baseball al 90% è mentale, l’altra metà è fisica

Non rispondere mai a una lettera anonima

Di solito faccio un pisolino di due ore dall’una alle quattro

Se i tifosi non vogliono andare allo stadio, nessuno li può fermare

È arduo fare previsioni, specialmente per quanto riguarda il futuro

Nessuno ci va più, è troppo affollato (riferendosi a un noto ristorante si St.Louis, sua città)

Ci siamo persi, ma ci siamo tanto divertiti!

Che casa! È piena zeppa di stanze! (riferendosi a un’abitazione di un amico)

Vuoi dire adesso? (rispondendo a chi gli chiedeva l’ora)

Se il mondo fosse perfetto, non lo sarebbe

Dovreste andare al funerale degli altri, altrimenti loro non verranno al vostro

La sola ragione per cui mi necessitano questi guanti è per via delle mani

Come diavolo posso battere e pensare allo stesso tempo!

Se non mi fossi svegliato, starei ancora dormendo

Sapevo che avrei preso il treno sbagliato, così sono partito presto

La Little League di Baseball è una buona cosa perché tiene i genitori lontano dalle strade e i ragazzi lontano da casa

Non è troppo lontano, infatti sembra proprio che lo sia

Ci siamo divertiti insieme, anche se non eravamo insieme

Sono diventato rosso come un lenzuolo

Se le altre squadre non avessero avuto problemi con noi, avrebbero vinto

Non avreste vinto se noi non vi avessimo battuto

Non è accaduto in tutta la storia delle World Series e finora non è mai accaduto

Se non vi ponete degli obiettivi, non potrete lamentarvi quando poi non li raggiungerete

Slump? Non ho nessuno Slump. È che non batto proprio!

Non mi critico mai quando non batto. 
Incolpo la mazza e, se la cosa continua, cambio mazza. 
Dopo tutto, se so che non è colpa mia se non batto, come posso prendermela con me stesso?

No, non mi hai svegliato (rispondendo al telefono), avrei dovuto in ogni caso rispondere al telefono che squillava

Mi è piaciuta davvero, anche la musica (alla domanda se quella sera gli fosse piaciuta un’opera lirica)

Ho trovato bene Steve McQueen nel film: deve averlo girato prima di morire 

Il 90% delle battute corte non vanno lontano

Ho sempre pensato che un record resiste finché non viene battuto 

In teoria non c’è differenza tra teoria e pratica, in pratica sì

Se mi chiedono qualcosa che non so, non so la risposta

Un “nickel” (moneta da cinque cents) oggi non ha più il valore di un “dime” (moneta da dieci cents)

Perché comprare buone valigie? Le si usano soltanto quando si viaggia

Gli asciugamani di quell’albergo erano così spessi che non riuscivo a chiudere la valigia

È meglio che tagli la pizza in quattro pezzi: non sono tanto affamato da mangiarne sei

Era arduo fare conversazione con qualcuno, c’era troppa gente che parlava

Da quando mi conosci, Jack? Non sai ancora scrivere il mio nome! (dopo aver ricevuto un assegno da Jack Buck con la scritta “to Bearer” simile a “a Berra”)

Dà il 100% nella prima metà della partita, se poi non è sufficiente, nella seconda metà dà tutto quello che ti è rimasto

Troverei il tipo che l’ha perso e, se fosse povero, glielo restituirei (quando gli chiesero che cosa avesse fatto se avesse trovato un milione di dollari)

Non lo so, non sono ancora in forma (rispondendo a chi gli chiedeva quale taglia volesse per il berretto)

Dovete stare molto attenti se non sapete dove state andando, perché potreste non arrivarvi

Se non sapete dove state andando, vi troverete a vagare altrove

Ok ragazzi, mettetevi in fila per ordine alfabetico, secondo la vostra altezza

Dovrai cercare di sorprendermi! (alla moglie Carmen che gli aveva chiesto: “Yogi, tu vieni da St. Louis, viviamo nel New Jersey e tu giochi a New York. Se tu morissi prima di me, dove vorresti essere sepolto?”)

Cosa diavolo ha adesso! (alla moglie Carmen che gli aveva detto di aver portato il figlio Tim a vedere il Dottor Zivago)

Non mi ricordo di dover partire, così scommetto che non partirò

Anche Napoleone ha avuto il suo Watergate

Metà delle bugie che ha detto su di me sono vere

Vorrei avere una risposta a questo, perché sono stufo di rispondere proprio su questo

Non comprerò un’enciclopedia ai miei ragazzi, andranno a scuola a piedi come ho fatto io

I buoni lanciatori fermano sempre i buoni battitori, e viceversa

Nel Baseball non sai mai nulla

Batte da entrambe le parti del piatto: è anfibio 

Giocare in terza non è male se non ti battono niente

Nel golf l’80% delle palle che non raggiungono la buca non vi entrano

Così io sarei brutto. E allora? Non ho mai visto uno battere con la faccia

Taci e parla!

Io non ho detto davvero quello che ho detto ("I really didn’t say everything I said") 



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martedì 6 ottobre 2015

La Storia Della Nippon Professional Baseball(NPB): Squadre e Record

Il campionato di Baseball giapponese è una competizione che riunisce l'elite dei club professionistici del Sol Levante dal 1950.
Il NPB (Nippon Professional Baseball) ha attualmente dodici club si scontrano tra aprile ed ottobre.
Sotto questo livello, c'è, come negli Stati Uniti le cosiddette Minors o leghe indipendenti.
Tra le Minors possono essere menzionate la Shikoku-Kyushu League, attiva dal 2005 con sei squadre, la Baseball Challenge League, fondata nel 2007 con sei club e la Kansai Independent Baseball League, fondata nel 2008 con 4 club e poi 6 con l'espansione del 2010.
Tornando al NPB, per fare qualche nome a caso, Yu Darvish (tra i più forti pitchers in circolazione in MLB ed ora in forza ai Texas Rangers) proviene proprio da questo campionato.
Fu il lanciatore vincente dell'ultima partita delle Japan Series del 2006 per i Nippon Ham Fighters.
Anche Matsuzaka giocò qui (per i Saitama Seibu Lions) dal 1999 al 2006, prima di approdare in MLB ai Boston Red Sox.
Ichiro Suzuki prima di arrivare ai Seattle Mariners giocò per gli Orix Buffaloes.
Invece Kosuke Fukudome dei Chicago Cubs fu una vera e propria leggenda.
I Tokyo Yakult Swallows hanno avuto tra le loro file tante vecchie glorie di MLB: da Bill Madlock a Larry Parish, passando per Joe Pepitone e Doug DeCinces.
Ma ci son passati come manager anche vecchie glorie della MLB, quali Bobby Valentine che guidò i Chiba Lotte Marines.


STORIA
Fu probabilmente l'americano Horace Wilson a portare il Baseball in Giappone nel 1872.
La prima data certa di costituzione di un club risale al 1878  grazie ad una compagnia ferroviaria di Tokyo. Baseball è diventato uno sport scuola e università già nel 1880.
Nel 1934, Babe Ruth è il capo di una delegazione americana in tournée in Giappone.
I giocatori di MLB vengono accolti come eroi, Babe Ruth in particolare.
Più di un milione di persone partecipano alla sfilata della squadra statunitense per le strade di Tokyo, mentre 100.000 spettatori si riuniscono al Meiji Stadium per assistere alla prima partita del tour.
Questo tour è il primo del suo genere a coinvolgere giocatori della Major League.
Babe Ruth dà spettacolo ma la vera rivelazione del tour è un giovane lanciatore giapponese Eiji Sawamura.
Il primo team di professionisti è stato creato nel 1934, i Giants di Yomiuri.
Si tratta di un team aziendale, collegato al giornale Yomiuri dell'impero.
La lega professionistica ha iniziato la sua attività nel 1936.
Nel 1950, la Lega si divide in: Pacific e Central.


NIPPON PROFESSIONAL BASEBALL
Il campionato Giapponese è suddiviso in due leghe, la Central League e la Pacific League, di sei squadre ciascuna e viene giocato come detto da aprile ad ottobre.
Negli anni il totale delle partite è stato spesso variato ma a grandi linee ogni club gioca dalle 130 alle 140 partite di regular season (con l'eccezione del 2005 e 2006 dove ne vennero giocate 146), normalmente 6 a settimana.
Ovviamente non sono previste le retrocessioni.
La più accesa rivalità, simile a Yankees/Red Sox di MLB, è quella tra Yomiuri Giants ed Hanshin Tigers.
Gli Hiroshima Toyo Carp richiamano nel logo e nei colori i Cincinnati Reds.
Al termine della regular season le prime tre squadre di ciascuna division accedono alle Climax Series (postaseason quindi playoff).
Le Climax Series si dividono in due fasi: nella prima fase si affrontano al meglio delle 3 partite la seconda squadra classificata contro la terza di ciascuna division.
Al meglio delle 3 partite vuol dire che una serie può finire pure 1-0 (cioè 1 W e 1 pareggio) la terza non viene giocata nel caso la squadra sotto nel punteggio, pur vincendo (quindi impattando la serie sull'1-1), non passerebbe comunque (essendo arrivata dietro in regular season).
La vincente sfiderà  nella seconda fase la squadra prima classificata di ciascuna division al meglio delle 7 partite.
Qui vale lo stesso discorso ma si gioca al meglio delle 6.
Concettualmente però il discorso è un po' astratto perchè potrebbe non bastare condurre 0-3, qualora a condurre sia la squadra arrivata dietro in regular season.
Praticamente la squadra con il seeding più basso (meglio classificata) gli basterà arrivare a 3, quella peggio piazzata deve arrivare a 4 vittorie.
Detto in altri termini la vincente della propria division parte con una partita di vantaggio.
Se invece una partita delle Climax Series termina con un pareggio la vittoria viene assegnata sempre alla squadra col miglior piazzamento in regular season.
Le due squadre che vincono le Climax Series disputeranno le Japan Series.
Le Japan Series si giocano al meglio delle 7 partite tra le due squadre risultate vincenti nelle rispettive division.
Nelle Japan Series le partite, finite in parità dopo i supplementari, devono essere rigiocate.


RECORD
In generale dal 1950 ad oggi sono stati lanciati 16 Perfect Game (l'ultimo combinato nel 2007 grazie a Yamai ed Iwase dei Chunichi Dragons).
Il primo venne lanciato da Hideo Fujimoto dei Yomiuri Giants nel 1950.
Il detentore del record di HR (868, giocò dal 1959 al 1980) è il taiwanese Sadaharu Oh che detiene anche quello degli RBI (2170).
Invece il sudkoreano Isao Horimoto detiene il record delle valide (Hit) con 3085.
Fukumoto quello delle basi rubate (1065).
La squadra più vincente sono gli Yomiuri Giants, seguiti dai Saitama Seibu Lions.


DIFFERENZE TRA NPB E MLB
Similmente alla MLB: la Pacific League, come l'American League, utilizza la regola del DH (battitore designato) che sostituisce il pitcher in battuta, invece la Central League no (quindi simile alla National League americana).
Dal 2005, pure qui, sono stati introdotti match d'Interleague (tra leghe diverse).
Sostanzialmente quindi le regole di gioco sono quelle ma ci sono alcune sostanziali differenze:
1) Le palle usate sono più piccole, la zona di strike differente e pure le dimensioni del terreno di gioco/ballpark(alcuni ballpark nipponici violerebbero le regole in vigore in MLB).
2) L'altra grande differenza, in termini di regolamento, è che dopo 3 extra-inning la partita finisce in pareggio (in America si continua ad oltranza sino a quando una delle due squadre non vince).
3) Le rotazioni inoltre sono più lunghe: mediamente di 6 uomini (in America massimo 5).
Il roster è di 28 giocatori, in America di 25.



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venerdì 2 ottobre 2015

La Storia Di Dave Clement e La Sua Tragica Fine

Dave Clement nasce il 2 Febbraio 1948, a Londra Sud.
Per la maggiorparte dei giovani tifosi dei Queens Park Rangers il suo nome è associato alla stagione 1975-76, quando i Rangers andarono vicinissimi a vincere il campionato.
In realtà, una sola stagione, è troppo riduttiva essendo stato tra i più grandi giocatori dei Rangers di tutti i tempi.
Terzino destro, completo, che si è mantenuto su livelli altissimi dal suo esordio (1967), sino alla sua ultima partita con gli stessi (maggio 1979).
Faceva parte con Phil Parkes, Stan Bowles, Rodney Marsh, Ian Gillard, Dave Thomas, Gerry Francis, etc dei Mavericks che imperversavano nel QPR (e non solo) dell'epoca: i favolosi anni 70.


CARRIERA
L'esordio con i biancoblu risale al 1967 e in particolare ad un 5-1 in casa contro Scunthorpe United.
In porta per lo Scunthorpe quel giorno c'era Ray Clemence e, per strani capricci del destino, Clemence era lì anche nove anni dopo, nel marzo 1976 quando Dave ha fatto il suo debutto per l'Inghilterra contro il Galles in amichevole a Wrexham e di nuovo nel mese di novembre 1978, quando Dave ha totalizzatola 400esima presenza in campionato con i Queens Park Rangers contro il Liverpool.
Dave all'esordio indossava la maglia numero 5 per l'unica volta nella sua carriera perchè il numero con il quale sarà sempre associato è il 2.
Con l'inizio della stagione 1967-1968, i Rangers ottengono una seconda promozione back-to-back (prima squadra a raggiungerci dopoguerra), Dave era in prima squadra per la partita di apertura a Portsmouth (quella stagione totalizzò 30 presenza).
La First Division durò solo 1 anno ma dopo 4 anni di purgatorio, nel 1972-73 ritornano in Prima Divisione.
Sotto Dave Sexton raggiunge, come detto, il suo primo cap in nazionale, nel marzo 1976.
Dave ha totalizzato altre 4 presenze: ancora Galles, poi Italia (due volte) ed Olanda.
In totale con il QPR ha segnato 28 volte per un totale di 472 presenze.
In Europa lo si ricorda per l'espulsione rimediata contro il Colonia dove venne sputato da Hannes Lohr, Dave comprensibilmente irato rispose con un pugno venendo espulso.
L'ultimo gol realizzato per il club fu l'1-1 a White Hart Lane il 14 aprile contro il Tottenham, per ironia della sorte lo stesso terreno dove aveva segnato il suo primo goal, dieci anni prima.
Nel mese di giugno del 1979, Dave si unì ai Bolton Wanderers per 170.000 £ totalizzando 33 partite in due stagioni.
Bolton non è Londra e a Dave e famiglia manca la capitale quindi ritornano a Londra dove viene comprato dal Fulham dove totalizza 18 presenze.
Successivamente firmò per il Wimbledon (9 presenze, 2 gol), prima di rompersi una gamba il mese di ottobre 1981.


IL SUICIDIO (31 MARZO 1982)
I medici temevano che la rottura potesse porre fine alla sua carriera, anche se in un'intervista nei primi mesi del 1982, Dave dichiarò che sperava di continuare a giocare ancora per qualche anno.
Purtroppo la depressione prese il sopravvento su di lui e lo stress causato dal suo infortunio lo portò tragicamente a togliersi la vita il 31 marzo 1982.
Dave si suicidò con un erbicida.
Il verdetto ufficiale asserì che Dave aveva due grandi preoccupazioni: che non avrebbe più potuto giocare a calcio e pensava anche di essere affetto dal cancro.
La famiglia di Dave aveva sofferto anche di un'altra tragedia nel 1979, quandoil suo fratello 24enne Trevor fu accoltellato da una moglie gelosa.
Nel 2006 suo fratello Lee venne assassinato a 55 anni e il suo corpo non venne più trovato sino a quando l'assassino confessò il delitto.
In sua memoria e per la sua famiglia venne organizzato un Testimonial Match tra QPR e XI Dave Clement.
I suoi due figli Neil e Paul Clement sfondano a livello professionistico.
Neil disputa una carriera di buon livello iniziando nelle giovani del Chelsea ma si affermerà a Birmingham con il West Bromwich Albion.
Invece Paul oltre il Banstead e i Corinthian Casuals non va(Non League) ma si afferma come ottimo assistente di Carlo Ancelotti al Chelsea, PSG e poi Real Madrid.
Prima di diventare, nel 2015, manager del Derby County in Championship.



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