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martedì 30 dicembre 2014

I Crazy Boys Del Baseball: Scherzi e Follie (MLB)

I "Crazy Boys" nel Baseball sono sempre esistiti, tocco di follia utile per affrontare un campionato di 162 partite su e giù per gli Stati Uniti.
Non c'era da stupirsi dunque, se entrando nello spogliatoio dei Cardinals si trovava Joaquin Andujar che faceva la doccia con la divisa addosso, oppure se accanto all'armadietto di Don Stanhouse c'era un gorilla che beveva birra ed aiutava il suo amico a vestirsi, oppure se vedevate il pitcher degli Astros Frank La Corte bruciare la sua uniforme perchè aveva perso la partita, nel pazzo mondo dei pro capita questo ed altro.
Per i giornalisti i "Crazy Boys" sono una vera miniera: quando non sanno cosa scrivere basta andare da loro per avere uno spunto o qualche battuta.
Famose quelle del rilievo Tug Mc Graw.
A chi gli chiedeva di definire la vita in Major League rispose: "Alcuni giorni cavalchiamo la tigre, in altri, è la tigre che fa colazione con noi...".
Oppure a chi domandava come investisse i suoi soldi: "Il novanta per cento dei miei guadagni vanno in donne, divertimenti, whiskey scozzese, il restante dieci per cento probabilmente è mal speso!".



PISTOLE AD ACQUA E POMODORI NEL BULLPEN
Gente come Jimmy Piersall che, una volta, dopo essere arrivato in scivolata in seconda, si alzò ancora avvolto dalla nube di polvere e, con la massima naturalezza, sparò all'arbitro con la sua pistola ad acqua.
Se frequentate uno spogliatoio, prima o poi, vi capiterà senz'altro di imbattervi in uno di questi pazzi, allora sarà bene che stiate attenti perchè i "i nuovi" solitamente sono le vittime degli scherzi più feroci.
Non tutti sono tranquilli come il rilievo Tug McGraw che si limitava a coltivare piantine di pomodori nel bullpen.


OAKLAND A'S
Per alcuni la "pazzia" si manifesta solo mediante qualche innocua stravaganza come il lanciatore Bill Caudill degli A's che una volta salì sul monte con la barba solo nella parte destra del viso.
Qualcun altro, invece, era ben più pericoloso: uno degli scherzi più comuni, soprattutto nei caldi dugout degli spring training, quando l'attenzione lascia il posto ad un pò di sonnolenza, è la classica scatola di fiammiferi pronta ad uscire per dar fuoco ai lacci delle scarpe di chi si è "distratto".
Steve Mc Catty, anche lui degli A's, una squadra che in quanto a pazzia non ha avuto rivali, era un vero maestro in quest'arte: riusciva a dare fuoco un pò a tutto, senza mai farsi scoprire.
Un'altra specialità del suo repertorio era di mettere schiuma da barba al posto della salsa di cipolle, negli hamburger dei compagni.
"Mi ricordo che nessuno più si fidava di mangiare panini" racconta Reggie Jackson che, in quegli anni, era la punta di diamante del terrificante attacco degli A's.
Ovviamente nessuno lo ammetteva, ma piuttosto di controllare il panino prima di mangiarlo, si preferiva scegliere qualcosa d'altro.
"Qualcuno diceva che si trattava di comportamenti sciocchi, ma deve anche capire la tensione che abbiamo durante le partite, la concentrazione, se poi ci si rilassa un pò bè tanto di guadagnato.
Poi è un modo come un altro per tenere uniti i ragazzi; ricordo quando un giornalista arrivò raccontandoci che avevano operato al cuore Charlie O. e che l'operazione era durata 8 ore, allora Joe Rudi spezzò la tensione dicendo: "Già, ci hanno messo sette ore e mezza solo per trovare dove aveva il cuore!".


LOS ANGELES DODGERS
Un'altra squadra parecchio allegra era quella di Tom Lasorda(Dodgers), vittima designata del 90% degli scherzi.
Tom, da consumato uomo pubblico, era il primo a favorire questo cameratismo a patto che i suoi giocatori vincessero sempre.
C'è chi gli ha fatto del caffè con del tabacco (Jerry Reuss), chi gli ha dato fuoco ai pantaloni (Micky Hatcher), chi gli ha fatto trovare un porcellino sotto la scrivania, chi gli ha messo un dollaro arroventato in tasca.
"Sono bravi ragazzi - spiega Tom - è giusto che si divertano un pò prima di andare in guerra (questo era il modo in cui Lasorda definiva la partita di baseball)".
Sempre nei Dodgers ha imperversato uno dei "pazzi" per antonomasia: Jay Johnstone.
Una volta si piazzò dietro Fernando Valenzuela che si stava lavando i capelli, naturalmente ad occhi chiusi.
Ogni qual volta Fernando si risciacquava, lui versava un'abbondante lozione di shampoo, cosicchè la schiuma non aveva mai fine.
Solitamente sono i lanciatori ad inventare gli scherzi migliori, anche perchè sono quelli che hanno più tempo libero dovendo lanciare ogni 4 o 5 partite.


LE STRANE CHIAMATE AL BULLPEN DEGLI ORIOLES
Moe Drabowsky, dopo esser stato per sette anni agli Orioles, passò ai Royals, alla prima trasferta nel suo vecchio stadio, dal quale conosceva ogni segreto e soprattutto, tutti i numeri di telefono interni, chiamò il bullpen degli Orioles ed imitando la voce di Earl Weaver, ordinò ad un rilievo di scaldarsi.
Vedendo il movimento dei suoi pitchers, immediatamente, Weaver telefonò a sua volta chiedendo perchè diavolo quel lanciatore si stesse scaldando.
Al che Moe riprese il ricevitore e, sempre imitando l'accento di Weaver, ribadì: "Chi vi ha detto di smettere di scaldare quell'idiota?".
La cosa si protrasse a lungo ed i giocatori Orioles giurarono che il loro manager, in quell'occasione, andò parecchio vicino al colpo apoplettico.


NEW YORK YANKEES
Ma la "stranezza" maggiore avvenne a Fort Lauderdale, allo spring training degli Yankees nel 1973 quando i lanciatori Fritz Peterson e Mike Kekich annunciarono pubblicamente di essersi scambiati le famiglie.
La moglie di Peterson, infatti, assieme ai suoi due figli, si trasferì in casa Kekich mentre Susanne Kekich, insieme alle due bambine, andò a vivere con Peterson.
"Ci fu un gran baccano sulla vicenda ricorda Bob Fishel, direttore delle pubbliche relazioni degli Yankees come quando Joe di Maggio portò per la prima volta Marilyn Monroe allo spring training.
Ricordo che dei vecchietti che avevo visto perennemente seduti sulla loro sedia a rotelle si alzarono belli arzilli, seguendo la coppia ovunque andasse ...".


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La Maledizione Di Billy Penn (Philadelphia: 1987-2008)

La "Curse Of Billy Penn" è una maledizione usata per spiegare il fallimento delle maggiori squadre sportive professioniste, con sede a Philadelphia, nel vincere i campionati dopo la costruzione del grattacielo One Liberty Place avvenuta nel marzo del 1987 che ha superato l'altezza della statua di William Penn posizionata sopra il Philadelphia City Hall.
Sopra la City Hall di Philadelphia si trova la statua di William Penn, il fondatore della città e titolare originario dell'allora colonia britannica della Pennsylvania.
Per anni, un "gentlemen's agreement" aveva stabilito che la Philadelphia Art Commission non avrebbe approvato nessun edificio della città che oltrepassasse questa statua.
Questo tacito accordo finì nel marzo del 1987, quando fu eretto un moderno grattacielo di acciaio e vetro, One Liberty Place, a tre isolati di distanza.
One Liberty Place è più alto della City Hall di 121 m, misura 288 m con una differenza di altezza rispetto al cappello della statua di Penn di 167 m.
Un secondo grattacielo dello stesso architetto, il Two Liberty Place, venne costruito nel 1990.


I SUCCESSI PRIMA DELLA COSTRUZIONE DEL GRATTACIELO
Le squadre sportive di Philadelphia avevano goduto di una striscia di successi.
I Phillies della MLB avevano vinto le World Series nel 1980 e il pennant della National League nel 1983.
I Flyers della NHL vinsero la Stanley Cup nel 1974 e 1975, ed andarono in finale nel 1976, 1980, 1985 e 1987.
Gli Eagles della NFL apparvero nel XV Super Bowl, dopo la stagione 1980, perdendo contro gli Oakland Raiders.
I 76ers della NBA vinsero le finali NBA nel 1983, oltre a partecipare alle finali nel 1977, 1980 e 1982. Prima del 1980, i Phillies erano apparsi in sole due altre World Series, nel 1915 e nel 1950, e gli Eagles avevano vinto due campionati di conference NFC dal 1966 in cui fu creato il Super Bowl, mentre i 76ers avevano vinto titoli NBA come Philadelphia e nella loro precedente incarnazione come Syracuse Nationals. La costruzione dello One Liberty Place iniziò nel 1985, due anni dopo l'ultimo titolo a Filadelfia.
Nella stagione 1980, tutte e quattro le squadre raggiunsero la vittoria nelle loro rispettive League.
Alla fine, solo i Phillies avrebbero vinto il titolo quell'anno.


L'INIZIO DELLA MALEDIZIONE
Dopo che l'One Liberty Place fu costruito, le franchige di Philadelphia incorsero in una serie di fallimenti nella corsa al titolo.
I Flyers persero la finale della Stanley Cup due volte, nel 1987 con gli Edmonton Oilers in sette partite, dopo due mesi che l'One Liberty Place era stato inaugurato e nel 1997, in una sweep di quattro partite dai Detroit Red Wings.
I Phillies persero le World Series del 1993 in sei partite con i Toronto Blue Jays, con la serie che si concluse con il walkoff homerun da tre punti di Joe Carter.
I 76ers persero le Finali NBA del 2001 con i Los Angeles Lakers in cinque partite.
Gli Eagles persero tre partite di fila della NFC Championship nelle stagioni dal 2001 al 2003, prima di raggiungere il XXXIX Super Bowl dopo la stagione 2004, solo per essere sconfitti dai New England Patriots di tre punti.

Inoltre, le sconfitte nei turni di semifinale si verificarono otto volte dopo l'apertura dello One Liberty Place, incluse cinque dei Flyers, nel 1989, 1995, 2000, 2004 e 2008.
La squadra del 2000 fu ad una vittoria dall'approdare alla finale della Stanley Cup, dopo aver dominato i campioni finali dei New Jersey Devils per 3-1 prima di perdere tre partite consecutive (tra cui partita 5 e 7 in casa), nel 2004 la squadra perse gara 7 della Eastern Conference Finals con i campioni finali dei Tampa Bay Lightning, e nel 2008 persero con i Pittsburgh Pinguins, loro rivali di sempre, in cinque partite.
Gli Eagles rappresentano le altre tre sconfitte di finale di Conference: persero la NFC Championship (il vincitore si scontra con il vincitore dell'altra league, la AFC, nel Super Bowl) per tre anni di fila dal 2001 al 2003, diventando così la prima squadra della NFL a fare questo in entrambe le Conference(dai Dallas Cowboys del 1980-1982), perdendo le ultime due in casa dopo aver registrato il miglior record della NFC. Nessun'altra squadra nella storia della NFL aveva perso back-to-back le partite per il titolo della Conference in casa propria da quando la NFL iniziò la sua pratica nel 1975 di assegnare il vantaggio del fattore campo nella post season  in base al record nella regular season.
Anche se la maledizione non è stata generalmente considerata come un'estensione allo sport universitario, due squadre di basket di college, di base a Philadelphia, i St.Joseph Hawks e i Villanova Wildcats, che ebbero delle stagioni di successo, rispettivamente nel 2004 e 2006, non riuscirono a raggiungere la Final Four della NCAA Basketball Tournament.
Entrambe furono eliminate nella quarta fase della Elite Eight, con St.Joe's, prima nella East Regional, che perse in un match stretto con Oklahoma State e Villanova, prima nella Minneapolis Regional, che perse con Florida, i campione finali della NCAA.
Villanova aveva vinto il campionato nazionale nel 1985, due anni prima dell'inaugurazione dell'One Liberty Place, e mai più da allora.
Una terza squadra di Philadelphia, i Temple Owls, persero cinque volte nella Elite Eight (1988, 1991, 1993, 1999, 2001).


LA FINE DELLA MALEDIZIONE(2008)
Il 18 giugno del 2007, gli operai della Local Union 401 con la rituale cerimonia del "topping-off" posero l'ultima trave sopra la costruzione del Comcast Center tra la 17th Street e il John F. Kennedy Boulevard, nel centro di Philadelphia.
Il Comcast Center è attualmente l'edificio più alto della città pari a 297,2 m
Nel tentativo di porre fine alla maledizione, i lavoratori John Joyce e Dan Ginion attaccarono una piccola statuetta di William Penn alla trave, insieme con la bandiera americana e il tradizionali piccolo albero sempreverde.
Dopo che la prima statuetta di William Penn fu rubata, venne sostituita con una più piccola di 4 pollici.
La maledizione si concluse il 29 ottobre 2008, quando i Philadelphia Phillies vinsero le World Series battendo i Tampa Bay Rays, un anno e quattro mesi dopo che una statuetta di William Penn fu installata, il 18 giugno 2007, durante la rituale cerimonia del "topping-off" sull’ultima trave sopra il Comcast Center, l'edificio più alto della città.
Durante la copertura televisiva della sfilata che ebbe luogo due giorni dopo, Comcast diffuse un annuncio congratulandosi con i Phillies e ricordando che la piccola statuetta di William Penn stava in cima alla torre del Comcast Center.


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Le Espulsioni Più Assurde In MLB (Ejected From Dugout)

Esistono tantissimi modi per guadagnarsi una doccia anticipata, ma in genere si tratta sempre di contestazioni troppo animate su una chiamata controversa o scelta di vocaboli "sbagliati" vomitati nei confronti degli uomini che controllano il regolare svolgimento di una partita.
Nella storia della Major League Baseball ci sono però innumerevoli espulsioni caratterizzate da almeno un tocco di originalità.
C’è chi ha ricevuto il “pollice” per essersi finto morto, chi perché uscito dal dugout con un ombrello, chi è stato espulso due volte in un incontro, chi prima che la partita iniziasse, chi per averlo espressamente richiesto; è successo di vedere giocatori cacciati dopo essere stati chiamati salvi, o dopo aver ricevuto una base intenzionale e persino mentre stavano pregando.


EARL WEAVER(BALTIMORE ORIOLES) CONTRO RON LUCIANO
Il manager Earl Weaver, ottimo timoniere degli Orioles negli anni ’70, dedica un capitolo del suo “Weaver on Strategy” agli arbitri.
“Sono stato espulso da incontri a Fitzgerald, Georgia e Boston, Massachussets.
Sono stato cacciato da una partita di esibizione a Fort Myers, Florida, da una gara di Instructional League a Scottsdale, Arizona e da un incontro di World Series a New York.
Sono persino stato cacciato una volta quando gli Orioles giocarono un match di esibizione in Giappone”.
Seguono tabelle con espulsioni suddivise per stagione (in tutta la carriera saranno 99!) e per arbitro.
Il suo nemico peggiore, che lo ha fatto accomodare fuori per ben 7 volte, è stato Ron Luciano: “Il fatto che io sia arrivato nelle Majors così presto dopo di lui fu qualcosa come il cane che si mangia la tua torta di compleanno prima che tu abbia spento le candeline”.
In una delle sue 4 espulsioni del ’72, Weaver si avvicinò all’arbitro per contestare una chiamata riguardante una regola raramente utilizzata:
“Conosco le regole bene quanto voi. Ho un libro nella clubhouse per provarlo”, sbottò alludendo evidentemente al regolamento.
“Ho il libro qui con me ora. Te lo mostro” replicò l’arbitro.
Il commento finale, che costò a Weaver il resto della partita, fu: “Non va bene, perché io non so leggere il Braille!”.


FRANK FRISCH(ST.LOUIS CARDINALS) E DANNY MCFAYDEN(PITTSBURGH PIRATES)
Se la messa in dubbio della vista arbitrale non vi pare una causa di espulsione degna di menzione, vi interesserà sapere di come Frank Frisch e Danny McFayden siano usciti per avere fatto questioni sull’udito dei direttori di gara.
Il primo, manager dei Cardinals, uscì dal dugout per contestare una decisione ed esordì con “Tu, brutto testone…”.
“Come mi hai chiamato?”, domandò l’arbitro evidentemente alterato.
Le ultime parole di Frisch, per quell’incontro furono: “Allora non solo sei cieco, sei anche sordo!”.
McFayden, invece, lanciando per i Pirates nel 1940, riuscì nell’impresa di farsi mandare fuori per due volte nello stesso incontro, ad opera di “The Old Arbitrator”, al secolo Bill Klem.
Sul conto pieno Klem dichiarò ball un lancio che, secondo McFayden, aveva dipinto il filo esterno; il pitcher, adirato, si levò gli occhiali e li porse all’altro, gridando a squarciagola: “Ecco, prendili! Ti servono più che a me!” e qui Klem lo cacciò.
A cercare di salvare la situazione, uscì dal dugout il manager di Pittsburgh, che altri non era se non Frank Frisch.
“Bill, ti prego dammi una mano. Sono in una situazione difficile, non ho lanciatori. Danny stava scherzando, lascialo in partita, era solo eccitato. Non puoi mandarlo fuori solo perché si è tolto gli occhiali. Guarda, li sta pulendo. E’ per quello che se li è tolti. Per favore Bill, abbi cuore!”.
“Non è la gag degli occhiali; me la faceva John McGraw 30 anni fa...è come si è comportato nei miei confronti. Ha urlato così forte che chiunque sugli sparti lo ha sentito.Avrebbe potuto causare una rivolta tra il pubblico”.
McFayden, da lontano, rese vano il tentativo del suo manager di salvarlo, e si riguadagnò l’espulsione proferendo: “Non ho urlato per incitare la folla. L’unica ragione per cui ho parlato così forte è perché temevo che le tue orecchie fossero messe male quanto i tuoi occhi!”.


FRANK FRISCH CONTRO KLEM E JOCKO CONLAN
Klem era solito tracciare una linea col piede durante i conciliaboli, avvertendo chi protestava a “non attraversare il Rio Grande”, pena ovviamente l’espulsione.
Frisch che conosceva la cosa, durante una contestazione, gira 90° attorno all’arbitro, che provvede a tracciare un nuovo confine; così per tre volte, finchè Klem si trova all’interno del quadrato da lui stesso disegnato.
“Guarda cosa hai fatto...hey, uomo saggio, come farai a uscire di lì?”.
“Non lo scoprirai mai, perché tu te ne vai fuori di qui!”.

Un’altra volta, nel bel mezzo di un’accesa discussione, Frisch si accascia al suolo privo di sensi e subito accorrono i giocatori e si cerca di reperire un medico ma Klem, osservato bene il “malato”, dichiara: “Frisch, vivo o morto, sei espulso!”.
Frank Frisch fu cacciato anche da Jocko Conlan al quale cercò di far capire che l’incontro doveva essere sospeso uscendo dal dugout con un ombrello.
Klem, dal canto suo, a un battitore che per rabbia scagliò la mazza in aria, comunicò: “Giovanotto, se quella mazza torna giù sei espulso!”.


RAY MURRAY(BALTIMORE ORIOLES) CONTRO ED HURLEY
Ray Murray, invece fece la doccia prima del tempo, per aver invocato una forza superiore.
Tra il catcher degli Orioles (correva il ’54) e l’arbitro Ed Hurley non correva da tempo buon sangue.
All’ennesima chiamata non condivisa, Murray, tolte maschera e pettorina, si inginocchiò sul piatto e, con le braccia aperte e rivolte al cielo (era un cristiano-evangelista praticante), invocò l’intervento divino: “O Signore, aiuta questo povero F.d.P. Io ho due occhi buoni. Dai a lui uno dei miei!”.
Il manager Jimmy Dikes, accorso nel vano tentativo di salvare la situazione, all’ordine dell’arbitro di togliere dal campo il giocatore, si levò il cappello sussurrando: “No signore, non finchè l’uomo sta pregando!”.


TONY GWYNN(SAN DIEGO PADRES) CONTRO JOE WEST
Se un uomo di fede può essere espulso, non può salvarsi un gentlemen come Tony Gwynn, specie se è lui stesso a chiedere la cacciata.
Avvenne il 17 aprile 1988: l’esterno di San Diego non gradì uno strike chiamato ai suoi danni e, al termine delle proteste, sentenziò: “Non è uno strike e, se la cosa non ti piace, puoi buttarmi fuori dalla partita!”. L’arbitro Joe West, che in seguito dichiarò di non aver mai ricevuto una simile richiesta da un giocatore, invitò Gwynn a lasciare il campo.


GRANNY HAMNER(PHILADELPHIA PHILLIES) CONTRO KEN BURKHART
Se Gwynn ha richiesto la propria espulsione, trent’anni prima Granny Hamner fu mandato negli spogliatoi in seguito ad una discussione insorta dopo che il giocatore era stato dichiarato salvo.
In un arrivo in prima, Joe Torre fu costretto a staccare il piede dalla base e tentare l’out per toccata; Hamner, passando sul cuscino, gridò: “No! No!, intendendo che questa non era avvenuta.
L’arbitro di prima, Ken Burkhart, concordò con il corridore ma, alludendo a precedenti diverbi con i suoi colleghi da parte dell’interbase dei Phillies, aggiunse: “Ci penso io a fare l’arbitro. Infatti tu hai arbitrato fin troppo!”. La discussione si accese gradualmente finchè Burkhart avvertì: “Un’altra parola e sei fuori!”; Hamner, sarcasticamente, rispose: “Un’altra parola”, e abbandonò il campo.


TERRY FRANCONA(MILWAUKEE BREWERS) CONTRO KEN KAISER
Anche Francona fu cacciato da un incontro su una discussione insorta per screzi precedenti: la sua espulsione, per mano di Ken Kaiser avvenne mentre Terry riceveva una base intenzionale.
Il manager di Milwaukee Andy Etchebarren, udite le parole del suo giocatore, corse in campo per cercare di calmarlo. “Attento, attento. Non vorrai essere mandato fuori!”.
“Ma mi ha già mandato fuori!”.
“Oh, beh, in tal caso vai avanti e finisci quello che gli stavi urlando!”.


CASEY STENGEL(BOSTON BRAVES) CONTRO KLEM
In un resoconto di sfide con gli arbitri non potrebbe mancare Casey Stengel, che da giocatore doveva essere scortato fuori dal campo dalla polizia e da manager andava a visitare i lanciatori munito di torcia elettrica al fine di sollecitare una sospensione per oscurità.
Nel 1940, quando guidava i Boston Braves, si trovò di fronte Klem che, stanco delle prolungate lamentele del loquace manager, estrasse di tasca un orologio, avvisando che aveva trenta secondi di tempo per tornarsene nel dugout.
Stengel non tornò nel dugout quel giorno, perché non poté trattenersi dal dire: “Hey Bill, sei pazzo a mostrare quell’orologio davanti a questa folla. Il suo proprietario potrebbe riconoscerlo!”.


YOGI BERRA(NEW YORK METS)
Anche Yogi Berra ha trovato modo di uscire anticipatamente da un incontro, senza perdere occasione di proferire una delle sue ingarbugliatissime massime.
Al Crosley Field di Cincinnati la recinzione consisteva di cemento alla base e di legno sopra la linea gialla di fuoricampo.
Una battuta di Swoboda aveva colpito la parte in legno per un apparente grand slam, ma gli arbitri decretarono la palla in gioco.
Yogi, coach dei Mets, su tutte le furie sbottò con la seguente perla: “Chiunque non sia in grado di distinguere il suono di una palla che rimbalza sul cemento o sul legno è cieco!”.


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Lista Di Libri Sul Baseball (MLB)

Lista di libri in italiano sul Baseball (MLB):

Baseball e USA: Binomio perfetto
Calico Joe
Il Cavaliere Di St.Louis
Il Curioso Caso Di Sidd Finch
Il Grande Romanzo Americano
Il Migliore
Il Mio Nome è Jackie Robinson
La Partita Perfetta
L'Arte Di Vivere In Difesa
L'Idolo (The Fan)
Shoeless Joe
Un Anno Terribile (1933)
Una Stagione Di Fede Assoluta
Underworld


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Lista Di Libri Sul Calcio Inglese


Lista di libri in italiano sul Calcio Inglese:

Cacciatori Di Teste - Headhunters
Come gli S.S. Wanderers Vinsero La Coppa d'Inghilterra
Congratulazioni - Hai Appena Incontrato La ICF
Derby Days
Febbre a 90 - Fever Pitch
Fedeli Alla Tribù - The Football Factory
Forza Fleet
Fuori Casa - England Away
Il Maledetto United - The Damned United
Il Mio Anno Preferito
Il Preston North End Per Me
Io Sono Il Calciatore Misterioso
La Mia Vita Rovinata Dal Manchester United
La Tragedia Dei Busby Babes
Le Reti Di Wembley
London Calling
Lontano Da Highbury
Made In England - Luci e Ombre Del Football Dei Maestri
Millwall Vs West Ham
Noi Siamo Il Wimbledon
Prossima Fermata: Highbury
Red Or Dead
Shots & Kicks
Tra I Furiosi Del Calcio
The Heart Of The Lion
You'll Never Walk Alone - Mito e Realtà Del Tifo Inglese


Biografie:
A Modo Mio (David Beckham)
Addicted - Fuori Gioco: La Mia Vita Con L'Alcool (Tony Adams)
Keane: Autobiografia (Roy Keane)
La Mia Vita (Alex Ferguson)
The Best (George Best)
The Italian Job (Gianluca Vialli Al Chelsea)


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domenica 21 dicembre 2014

Allarme Bomba: OAKA Evacuato (Panathinaikos v Barcellona)

Mentre si stava giocando l'ultima partita del girone tra Panathinaikos e Barcellona con gli spagnoli avanti nel punteggio, a fine secondo quarto, circola nel palazzetto la voce che ci sarebbe un ordigno pronto ad esplodere nel giro di un'ora.
E' una chiamata anonima che segnala la presenza di una bomba che esploderà verso le 23 italiane.
La partita viene ovviamente sospesa alla fine del secondo quarto ed evacuati i 12mila spettatori dell'OAKA.
Tutti gli spettatori sono stati fatti uscire immediatamente dall'impianto, a eccezione di un gruppo di cento tifosi greci che si è rifiutato.
Dopo i controlli durati circa mezz'ora, la partita è ripresa ed è terminata con la vittoria degli spagnoli per 80-67.
Difficile ipotizzare se sia stata una furbata di qualche tifoso del Panathinaikos stesso, per cercare di far sospendere la partita o se il buon tempone sia stato qualcuno dell'Olympiakos(visto le polemiche in Coppa di Grecia e con i rapporti tra le due società che sono sempre più tesi).


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domenica 7 dicembre 2014

Polemiche Sul Nome Dei Washington Redskins (NFL)

E’ una storia infinita quella che riguarda i Washington Redskins e chi vorrebbe che il nome della squadra di football americano della capitale statunitense cambiasse.
Il club trasse spunto dall’allenatore William “Lone Star” Dietz che vantava origini Sioux.
Fu in suo onore che nel 1933 i Boston Braves assunsero il nome di Redskins, che fu mantenuto anche quando la squadra si trasferì a Washington.
Una prima causa, per cambiare nome alla squadra, fu intentata nel 1992 e si chiuse senza risultato nel 2009.
Negli anni successivi varie organizzazioni e gruppi, tra cui l’American Indian Movement organizzarono massicce proteste, per lo più in occasione di partite della compagine, come avvenuto nel 1994 durante il match contro i Buffalo Bills.
Proteste che sono proseguite fino ad oggi, intensificandosi nell’ultime stagioni, in cui dei comitati di rappresentanza dei nativi americani si sono presentati ad ogni appuntamento sportivo della squadra.
La più importante a Minneapolis, nello scorso novembre, che ricevette l’approvazione dell’allora sindaco della città R.T. Rybak.
Ma in realtà le prime polemiche risalgono già agli anni 70.
I Redskins sono sempre stati oggetto di una “venerazione quasi religiosa”, scrive Rich Lowry sul New York Post, che ricorda che da 70 anni c’e un inno di “guerra”,  “Hail the Redskins”, con tanto di banda e di “Redskinnettes”, le cheerleaders, o ragazze in maschera che sfilano prima delle partite.


POLEMICHE
Nello scorso febbraio(2013) Robert Holden, vice direttore del National Congress Of American Indians, commentò duramente per l’ennesima volta: “Non vogliamo questi onori”. 
I Redskins si sono sempre opposti a scegliere una nuova denominazione e un sondaggio del 2002 fra i nativi americani ha riscontrato che la maggioranza non si sente insultata dal nome della squadra.
La traduzione italiana di Redskins è pellerossa, e questo termine, secondo chi ha spedito la missiva, rappresenta una sorta di insulto razzista per i nativi americani.
Ad Agosto 2013, David Plotz su Slate, spiegava che quello sarebbe stato l’ultimo articolo scritto da lui con il nome dei Washington Redskins ancora completo.
”Cambiate nome, non dovete offendere i nativi americani”.
E’ il senso della lettera che 10 membri del Congresso degli Stati Uniti inviarono lo scorso anno ai Washington Redskins.
La lettera è stata spedita a Daniel Snyder, presidente della squadra, allo sponsor principale del team, al presidente della NFL Roger Goodell e alle altre 31 franchigie della lega.
Recentemente, in un’intervista a Usa Today, Snyder ha chiarito che non ha nessuna intenzione di modificare il nome del club: ”Non lo cambieremo mai, è semplice. MAI. Potete scriverlo tutto a lettere maiuscole”.
La dirigenza della franchigia non vuole affatto privarsi di quel nome perchè dietro c’è una storia secolare, iniziata nel 1933 a Boston, città da cui poi la squadra sarebbe migrata a Washington quattro anni dopo. All’epoca si chiamavano “Braves”, i coraggiosi, ma il proprietario George Preston Marshall propose di passare appunto al termine “Redskins” per rifarsi al coraggio e allo spirito fiero dei nativi americani. L’intento, ovviamente, non era insultare quelle popolazioni, bensì esaltarne le virtù guerriere.
Quel nome, poi, rappresentava anche un omaggio a William Dietz, che di lì a poco sarebbe diventato head coach della squadra: ex giocatore, Dietz rivendicava orgogliosamente le sue origini Sioux (anche se secondo qualcuno era un bianco che si fingeva indiano).


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giovedì 4 dicembre 2014

La Storia Di Jackie Robinson e La Segregazione Razziale (MLB)

Jackie Robinson nacque in Georgia(USA) nel 1919.
Fu il primo giocatore di colore a giocare in MLB.
Quando Robinson scese in campo per i Brooklyn Dodgers il 15 aprile 1947, si concludevano più di 60 anni di segregazione razziale nella MLB.
È stato il primo giocatore nero riconosciuto ad esibirsi nelle Major Leagues nel ventesimo secolo e continuò a essere il primo a vincere un titolo di battuta, il primo a vincere il premio Most Valuable Player e il primo ad essere inserito nella Hall Of Fame.
Fu tra l'altro il stato il giocatore di baseball, nero o bianco, ad essere raffigurato su un francobollo degli Stati Uniti.
Anche se non era un giocatore difensivamente eccelso, aveva mani sicure, copriva una vasta zona e possedeva buona attitudine.
Per compensare il suo braccio medio usava bene i piedi nei doppi giochi e si sbarazzava della palla rapidamente.
Robinson dimostrò anche la sua versatilità giocando regolarmente in prima base, in terza, e nel campo a sinistra quando le esigenze della squadra lo esigevano.
Sulla corsa sulle basi, però, la stella di Robinson brillò più luminosa.
Era velocissimo, intelligente, audace, furbo.


IL PERIODO STORICO
Era da poco finita la seconda guerra mondiale e gli atleti erano tornati a casa dal fronte.
Non tutti avevano espletato il servizio di leva allo stesso modo: Joe Dimaggio nel 1943 aveva chiesto di essere mandato in combattimento, ma la sua richiesta era stata respinta(era un po' ingrassato).
Fu respinta anche quella di Han Greenberg, prima base dei Detroit Tigers, la prima stella ebrea dello sport.
Una delle poche richieste accettate fu quella di Bob Feller, lanciatore dei Cleveland Indians.
Non appena tolgono l’uniforme da lavoro, tutti rimettono la divisa della squadra.
Il baseball vive il suo momento di gloria: è uno sport molto popolare anche tra gli afroamericani.


ESERCITO, AUTOBUS, NEGRO LEAGUE
Jackie Robinson invece una divisa non l’aveva.
Fu cacciato dall’esercito, dove si era appuntato per guadagnare qualche soldo, confinato al Battaglione 758 in attesa del verdetto della Corte Marziale: era un ufficiale ma aveva rifiutato di obbedire ad un superiore.
Il conducente gli aveva intimato di andare in fondo all’autobus dell’esercito: «Sei nexxo, davanti non ci puoi stare» (ai tempi funzionava così in America, per la verità ciò valeva negli autobus dei civili, non in quelli militari).
Neanche l'arrivo degli ufficiali superiori lo convinsero a lasciare il posto visto che Robinson si oppose con veemenza e venne arrestato.
La Corte Marziale però darà ragione a Jackie che verrà congedato.
Gli Stati Uniti rimasero un Paese profondamente diviso tra “colored” e “white” e, soprattutto, con l’indegno cartello “white only”, “solo per bianchi”, appeso sui muri e sull’eredità culturale dei cittadini.
Non solo: i neri non potevano alloggiare negli hotel con i bianchi, potevano usare la piscina comunale un solo giorno a settimana e via così.
E il baseball professionale, da quando nel 1890 aveva adottato le disposizioni delle leggi di Jim Crow era, per l’appunto, “white only”, malgrado nessuna insegna leggibile lo etichettasse.
Robinson, in quanto non bianco, non poteva stare sul campo, non poteva allenarsi negli stessi impianti utilizzati dai bianchi.
Nel 1945 lo chiamano come giocatore professionista nei Monarchs, squadra della Negro League(lega con solo atleti Afroamericani), con un contratto da 400 dollari al mese(ottimo contratto per i tempi).
Anche se gioca bene, è frustrato dall’esperienza: la disorganizzazione della Negro League, la connivenza con il mondo delle scommesse, il febbrile programma delle trasferte che lo allontana dalla fidanzata Rachel, con cui riesce a comunicare solo per lettera, diventano un peso.
Ma per lui, in realtà, c'erano altri programmi.
Rickey Branch, presidente e manager dei Brooklyn Dodgers, sta inseguendo una sfida che non sarà solo personale. «Il baseball è bianco. Gli spettatori sono neri. I soldi sono verdi».


L'APPRODO NELLE MINOR LEAGUE CON I MONTREAL ROYALS
Nel 1946 nella Major League Baseball giocano 400 atleti, tutti bianchi.
Per l’anno successivo, Branch pianifica di interrompere codesta segregazione.
E Robinson è il candidato più adatto ad essere inserito nel rooster della sua squadra bianca.
Servono eccezionali doti atletiche, certo.
Ma occorre soprattutto un carattere d’acciaio, che contrapponga agli inevitabili insulti del pubblico il silenzio del fuoriclasse.
Almeno, affinché il valore e la legittimità di quel giocatore nero in campo non fossero riconosciuti.
Non sarà quindi Josh Gibson, il migliore della Negro League, ad essere il prescelto.
O Roy Campanella.
Ma Jackie Robinson: 26 anni, al momento impegnato nei Kansan City Monarchs, media di .350 in battuta e, in più, ufficiale dell’esercito americano (anche se comparì alla Corte Marziale).
Nella celebre riunione di tre ore del 28 agosto 1945 avvenuta fra Rickey e Jackie, a un certo punto il presidente chiede a Robinson se sarebbe stato in grado di affrontare gli animi razzisti senza reagire in modo violento.
«Stai forse cercando un giocatore nero che ha paura di reagire?».
«No» risponde Branch «sto cercando un giocatore nero con abbastanza coraggio da non reagire».
Firmano per 600 dollari al mese più un bonus di 3500 dollari, sapendo entrambi d’innescare continue polemiche, in cui Robinson non potrà che porgere l’altra guancia.
Quando Robinson arriva a Daytona Beach, in Florida, per l’allenamento con i Montreal Royals, la squadra della Minor League dei Dodgers, trova Wendell(un giornalista) ad aspettarlo.
È la luna di miele dei Robinson.
Jackie ha fatto la proposta all’indomani del contratto, il reverendo amico li ha sposati a Los Angeles, ma la compagnia aerea si rifiuta di far prendere loro un volo “white only”, devono ripiegare su un autobus. Robinson non può dormire in albergo con il resto della squadra, viene portato a casa di un politico locale ma a causa del colore della sua pelle tutto il team è soggetto a ripercussioni e boicottaggi.
Clay Hopper, manager dei Royals, originario del Mississippi, chiede a Rickey di assegnare Robinson a qualsiasi altra squadra affiliata con i Dodgers, ma Rickey si rifiuta.
Quella linea di segregazione che vigeva nel baseball sarebbe stata molto dura da abbattere.
Molto più di quanto Rickey avesse immaginato.
Intanto Robinson nella sua prima partita con i Montreal Royals mette a segno tre singoli e tre home run.
Nella partita dei Montreal contro Indianapolis, Robinson è costretto da un poliziotto a lasciare il campo. Robinson è davvero solo, anche se il baseball è un gioco di squadra.
Tra gli spettatori, con la macchina da scrivere in grembo, il giornalista Wendell Smith segue e scrive: non gli è permesso sedere nella tribuna della stampa, riservata ai bianchi.
Nella Minor League con i Montreal ruba 40 basi, segna 113 punti, ha una media battuta di .349.
È pronto per i Dodgers, ma loro non sono pronti per lui.


LA PETIZIONE DEI COMPAGNI DI SQUADRA PER ESCLUDERLO
La squadra, che quell’anno si allena all’Havana, firma una petizione per escluderlo.
L’allenatore Leo Durocher, che sta già attraversando una tempesta personale su istigazione di Branch mette in chiaro che Jackie è un compagno di squadra.
La squadra si deve comportare come tale.
«Non m’importa se il ragazzo è giallo o nero, o se ha le strisce come una cazzo di zebra.
Io sono il manager di questa squadra e dico che lui gioca. Inoltre, c’è dell’altro: questo ragazzo ci può rendere tutti ricchi. E se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, farò in modo di cedervi».
A due settimane dalla prima di campionato, Durocher viene sospeso per un anno per un giro di scommesse. Il debutto di Robinson nei Dodgers sembra incontrare solo ostacoli.
Ma avviene.


L'ESORDIO IN MLB
Jackie Robinson esordisce nella Major League del Baseball il 15 aprile 1947 all’Ebbets Field di Brooklyn davanti a ventitremila spettatori.
«Nei primi mesi Jackie tornava dalle partite e dagli allenamenti distrutto, tutti lo attaccavano. Lo sport che lui amava così tanto lo respingeva e gli ricordava in ogni momento che non c’ era posto per lui. I tifosi, i compagni di squadra, gli avversari e persino la polizia. Allora noi chiudevamo la nostra porta e lasciavamo quel mondo fuori, ci facevamo coraggio» ricorda la moglie Rachel al Los Angeles Times nel 2013.
«Per fortuna io di quei momenti ricordo solo i baci e la calma della nostra casa» aggiunge.
Emblematica la scena in cui Jackie, in piedi sul diamante, fissa lo sguardo sul nulla mentre attorno a lui gli spettatori urlano e sputano insulti e saliva.
Raccapricciante anche la ricostruzione in cui Ben Chapman, uomo del sud, coach dei Philadelphia Phillies, il 22 aprile 1947 offende Jackie tutto il tempo dell’incontro.
Sarà troppo tardi riconciliarsi nella partita di ritorno.
Faranno un sorriso alla stampa, stringendo la mazza da baseball come a siglare il segno di pace, ma Chapman, che in passato era stato un buon giocatore degli Yankees nel periodo di Ruth e Gehrig, verrà licenziato, non lavorerà più e sarà consegnato alla storia come l’allenatore razzista che al primo anno di Jackie Robinson nella Major League, mise duramente alla prova i nervi dell’atleta.
«Torna tra i campi di cotone. Non sei degno di portare un numero sulla maglia».
E invece ne sarà talmente degno che nel 1972 il numero 42 verrà ritirato in suo onore da tutte le divise del baseball.
Poterono mantenere quel numero soltanto coloro che già lo indossavano.
Il problema non furono solo i Phillies ma anche le trasferte a Cincinnati(dove ricevette numerose minacce di morte) o quando i St.Louis Cardinals minacciarono di scioperare non presentandosi in campo contro i Dodgers.
Le prestazioni in campo al termine della prima stagione di Robinson rispecchiano le aspettative: suo è il punto decisivo contro i Pirates Pittsburgh, chiude l’annata avendo giocato 151 partite, una media di battute di .297, con 175 valide, 12 home run, 48 punti battuti a casa, 125 punti segnati, 29 basi rubate.
Primatista della National League, con questi numeri in crescendo riceve il premio Rookie Of The Year.
Nel 1948, a seguito della cessione di Eddy Stanky ai Boston Braves, Robinson passa a giocare come seconda base.
Le porte del baseball professionale sono aperte ad altri atleti neri, tra cui Don Newcombe, Roy Campanella, Monte Irvin, Willie Mays e Hank Aaron.
Robinson gioca fino al 1957, sempre con i Dodgers.
Ha 38 anni, ha giocato per sei volte le World Series vincendole nel 1955.
Nel 1949 è il miglior giocatore della National League e dal 1949 al 1955 è selezionato per ben sei volte per l’All Star Game.
Nel 1962 è eletto con il 77.5% di preferenze nella Baseball Hall of Fame.
Si ritira dallo sport, ma non si adagia sugli allori: fino al 1964 ricopre l’incarico di vicepresidente per la “Chock Full o’Nuts”, primo nero a raggiungere tale ruolo in un’azienda americana.
Continua, assieme alla moglie, a combattere per i diritti civili.
Pochi anno dopo il suo ritiro dal baseball, Jackie ammette di soffrire di diabete.
Quando, nel 1972, muore stroncato da un infarto a 53 anni, la moglie crea la Jackie Robinson Foundation che si occupa di scolarizzazione giovanile.


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martedì 2 dicembre 2014

La Storia Di Mike Phillips (Alcool, Risse, Sospensioni e Licenziamenti)

Mike Phillips è un rugbista gallese nato nel 1982 a Carmarthen.
Gioca nel ruolo di mediano di mischia, il suo esordio tra i pro avviene nel 2002 quando si unì agli Scarlets per giocare nella neonata Celtic League.
L'anno seguente, il 27 agosto 2003, fece il suo debutto con il Galles affrontando la Romania e segnando anche una meta.
Nel 2005 Mike Phillips firmò un nuovo contratto con i Cardiff Blues, squadra con la quale giocò fino al 2007.
Fu convocato da Gareth Jenkins alla Coppa del Mondo di Rugby 2007, giocando da titolare la sola partita contro il Giappone.
Nel frattempo cambiò nuovamente squadra unendosi agli Ospreys.
Nel 2008, sotto la guida del nuovo allenatore della nazionale gallese Warren Gatland, Phillips si impose tra i protagonisti del vittorioso Sei Nazioni giocando da mediano di mischia titolare.
Segnò pure una meta nella partita inaugurale del torneo vinta 26-19 contro l'Inghilterra.



ALCOOL, RISSE, SOSPENSIONI E LICENZIAMENTI
Dopo le ottime cronache sportive, nell'ottobre 2008, Mike Phillips salì agli onori della ribalta per un'aggressione subita fuori da un nightclub di Cardiff.
Venne trovato con ferite al volto dopo essere stato aggredito fuori da un nightclub nel centro di Cardiff.
L'anno dopo venne convocato per il tour dei British And Irish Lions in Sudafrica, partecipando a tutti e tre i test match contro i padroni di casa e segnando una meta nella prima partita della serie persa 26-21.
Nel giugno 2011 Phillips si trasferì in Francia per giocare con il Bayonne.
Una rissa notturna che lo vide coinvolto a Cardiff, contro il personale della sicurezza di un McDonald's, gli costò la sospensione dalla nazionale gallese impegnata nella preparazione per la Coppa del Mondo di Rugby 2011(sospensione momentanea quindi).
Il luogo della rissa, curiosamente, era distante soli 100 metri da dove lo stesso venne coinvolto nella precedente rissa del 2008.
La cosa certa è che non fu l'unico rugbista ai tempi ad aver avuto di questi problemi: l'inglese Andy Powell ubriaco finì in un campo da golf ed in seguito ad una rissa in un pub londinese venne licenziato dagli Wasps.
Bradley Davies fu coinvolto in una rissa fuori da un bar il mese prima e Gavin Henson venne squalificato da Tolone per una rissa con un compagno di squadra(pure Gavin ubriaco).

L'amministratore delegato gallese Roger Lewis ai tempi disse:
"Il giocatore è stato sospeso a causa di una chiara violazione delle norme etiche della nostra nazionale che ci aspettiamo vengano rispettate"
Mike Phillips è un giocatore eccezionale, ma ci sono prove inconfutabili che lui era impegnato in un comportamento ben  al di sotto degli standard che abbiamo fissato.
E' di vitale importanza che noi inviamo un messaggio chiaro e inequivocabile". 

Nello stesso periodo ebbe fine la sua relazione sentimentale con la cantante gallese Duffy che si ritiene sia durata 20 mesi.

In seguito Mike Phillips giocò da titolare alla Coppa del Mondo 2011, edizione che vide il Galles arrivare quarto.
Phillips segnò una meta nella partita dei quarti di finale vinta 22-10 contro l'Irlanda, e segnò pure un'altra meta nella semifinale persa 9-8 contro la Francia.
Il mediano di mischia gallese confermò le sue ottime prestazioni a livello internazionale diventando uno dei protagonisti del Grande Slam del Galles al Sei Nazioni 2012 e del successivo vittorioso Sei Nazioni 2013. Convocato per il tour dei Lions in Australia, giocò nelle due vittoriose partite che decisero la serie contro i padroni di casa.
Tuttavia i problemi di Phillips continuano con Bayonne, punito per "cattiva condotta" per aver fatto troppo tardi la notte, dopo una sconfitta casalinga contro Tolosa.
Tuttavia la rottura definitiva(con seguente licenziamento) avvenne quando con i compagni di squadra Dwayne Haare e Stephen Brett si presentò ad un allenamento di seduta video, ubriaco(ovviamente).
Il fatto successe l'11 ottobre 2013, il giorno dopo la vittoria del suo club sul Grenoble in Challenge Cup.
"Alto tradimento".
Queste furono le parole del presidente del Bayonne Alain Afflelou per annunciare in via ufficiale il licenziamento immediato di Mike Phillips.
Afflelou definì “senza scuse” il comportamento del giocatore al quale aveva offerto questa estate un rinnovo del contratto per altre due stagioni e minacciò anche le sue dimissioni in caso di mancato licenziamento del gallese.
Ovviamente giocò un ruolo determinante la recidività di certi comportamenti.
Comunque il Racing Metrò(altro club francese), credette ancora in lui e a novembre 2013 gli offrì un nuovo contratto.


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