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giovedì 8 maggio 2014

La Storia Del Wimbledon FC (Crazy Gang)

Diciamo che quando si sente parlare di Wimbledon, i primi concetti che vengono in mente sono magari quelli legati al famoso torneo di tennis o al quartiere di Londra.
Solo in seguito viene in mente il nome della squadra.
A Wimbledon, sobborgo della periferia sud-occidentale di Londra, ha avuto sede una delle squadre più particolari della storia.
Una squadra che forse i concetti di tradizione, rispetto ed eleganza non avrebbe saputo trovarli nemmeno sul dizionario.


LA STORIA
Il Wimbledon Football Club nasce nel 1889 a opera di un gruppo di studenti.
Per decenni la sua dimensione è quella delle serie dilettantistiche, dove si distingue come una delle migliori squadre di tutta l’Inghilterra.
Nel 1964 avviene il primo passo verso il professionismo.
La squadra va bene, coglie qualche promozione e nel 1986 riesce ad arrivare in massima serie.


LA FOLLIA DELLA CRAZY GANG
In questa salita dai bassifondi alla cima del calcio inglese bisogna citare alcuni nomi.
Il primo è Dave Bassett, l’allenatore della squadra dal 1981 al 1987.
La sua idea di calcio è semplice: corsa, determinazione, grinta ai limiti della cattiveria e ed aggressività.
Il centrocampo è formato da mastini pronti a mordere, i piedi buoni non servono.
Il gioco parte sempre da lanci lunghi della difesa a cercare il centravanti.
Poi si spera in un’invenzione, un rimpallo, una sponda.
Se va male entrano in azione i mastini di cui prima che, potendo scegliere, passano sempre alle cattive senza mai farsi venire voglia di provare le buone.
Chiunque sia l’avversario, l’approccio è sempre quello, rozzo e rustico.
Gary Lineker, storico goleador della nazionale inglese, arriva a commentare: «il modo migliore per guardare il Wimbledon è sul televideo».
La squadra non attira molte simpatie e a questo contribuisce anche la maniera molto poco british con cui i giocatori interpretano la partita.
Si va dalle intimidazioni, verbali e non, agli insulti urlati in faccia agli avversari nel tunnel d’ingresso al campo. Se poi si gioca in casa è pronto un cerimoniale di benvenuto che comprende bagni dello spogliatoio ospite intasati e senza carta igienica, zucchero scambiato col sale e radio portata al massimo volume.
Nessuno voleva incontrare il Wimbledon, tutte le squadre d’Inghilterra dalla più grande alla più piccola erano terrorizzate all’idea di dover condividere il rettangolo di gioco con quegli 11 pazzi, e la speranza ad inizio partita non era di uscire dal campo vincitori ma tutti d’un pezzo.


I PROTAGONISTI DELLA CRAZY GANG
I protagonisti principali di questa squadra erano Wally Downes, Dave Beasant, Eric Young, John Fashanu, Dennis Wise, Lowry Sanchez e Vinnie Jones.
Questi sei giocatori con la loro cattiveria ed una fantastica propensione all’intimidazione rappresentavano al meglio lo stile di gioco del Wimbledon.
Downes: centrocampista, prodotto delle giovanili, un pazzo.
Gli storici sono concordi nel dire che l’allegro spirito che pervade la squadra abbia in lui il suo padre putativo.
Per anni nello spogliatoio si può assistere a una serie di tagliuzzamenti di vestiti e di incendi a borse e effetti personali vari, soprattutto dei nuovi arrivati.
Beasant era il capitano e il portiere, i suoi supporters lo soprannominarono Lerch per via della sua stazza imponente e della sua somiglianza al maggiordomo della famiglia Adams.
Young, era il leader difensivo, ed è ricordato con il soprannome di Ninja per via delle sue entrate spettacolari e della fascia di lana che portava sempre in testa.
Poi c’era Fashanu, il granitico attaccante della crazy gang.
Fisico da bersagliere e origini nigeriane, la cosa curiosa sul suo conto è che solitamente sono gli attaccanti a lamentarsi della durezza dei difensori avversari, nel suo caso questo non avveniva, era molto più spesso lui che si rendeva protagonista di entrate al limite del processo penale pur di recuperare il pallone e cercare di fare gol.
Wise era il giocatore di maggior talento di quella squadra e la sua carriera ne testimonia le ottime qualità di centrocampista di rottura ma anche in grado di inserirsi e segnare con grande continuità.
Tra gli highlights della sua carriera troviamo un morso a Marcelino Elena del Maiorca in una partita di Coppa delle Coppe (quando è già al Chelsea), la rottura della mascella di un suo compagno durante un ritiro con il Leicester e una condanna a tre mesi di prigione per aver aggredito un tassista.
Per un contorno, una lunga serie di giornate di squalifica per delicatezze varie e un rapporto con gli arbitri che fa sempre un pò fatica a decollare.
Una frase molto significativa su Wise la disse Sir Alex: “Wise potrebbe scatenare una rissa in una casa vuota!”.
Lawrie Sanchez, figlio di padre ecuadoregno e madre dell’Irlanda del Nord, potrebbe giocare per entrambe le nazionali, ma sceglie i britannici perchè sono più vicini.
Si ritiene che nel 1982 sia stato uno dei primi giocatori al mondo ad essere stato espulso per aver deliberatamente evitato un gol con una mano.
Infine arriva Vinnie Jones, se Fashanu aveva un fisico da bersagliere lui ne possedeva uno da gladiatore. Era alto, forte e con la tipica faccia del “bad boy” britannico.
Insieme a Wise componeva una coppia di centrocampisti che terrorizzavano gli avversari.
Per Jones giocare a calcio era come scendere in un arena di guerra, la palla era come il Santo Graal e per cercare di conquistarla ogni mezzo era lecito.
Le sue imprese divennero presto leggenda (12 cartellini rossi in carriera, secondo solo a Keane, detentore del record per il cartellino rosso più rapido della storia, arrivato dopo soli 3 secondi dal fischio d’inizio) e vennero raccolte in una serie di VHS chiamati Soccer’s Hard Man, in cui Jones (produttore dei video) commentava le entrate più cattive di cui lui e i suoi colleghi si erano resi protagonisti.
La promozione di questa collana gli costò la squalifica da parte del FA e la condanna da parte del chairman della federazione inglese che definì la sua capacità intellettuale uguale a quella di un insetto.
Durante la prima trasferta del Wimbledon a Liverpool passa, come tutti, sotto il cartello che domina la scalinata d’accesso al campo.
“This is Anfield”, questo è Anfield.
Serve ad intimorire gli avversari, a scoraggiarli.
Lui per tutta risposta ci attacca sopra un foglio con scritto “bothered”.
Più o meno traducibile con “e chissene”.
Nel 1987 diviene immortale un tentativo di provocazione ai danni di Paul Gascoigne.
Durante una partita contro il Newcastle lo bracca per tutto il campo e ad un certo punto ricorre all’ultima ratio.
Allunga una mano e gli strizza i testicoli.
E fuori dal campo? Fuori dal campo le cose non vanno tanto meglio.
Per la cronaca, qualche denuncia per aggressione, tra cui una per aver preso a schiaffi un passeggero e aver minacciato di morte l’equipaggio di un aereo su cui sta viaggiando. Ubriaco.
Non che il proprietario del club, Sam Hammam fosse meno pazzo.
Egli infatti rappresentava bene lo spirito dei suoi giocatori.
Presidente vulcanico, era conosciuto per i suoi metodi non proprio ortodossi. Infatti, era solito minacciare i suoi giocatori con visite al museo in caso di sconfitta, durante una partita contro il West Ham venne trovato a scrivere oscenità nel bagno dello stadio.
Inoltre, in un occasione per convincere un giocatore a firmare con la sua squadra lo chiuse nel suo ufficio fino alla fatidica firma, giunta più che per la voglia di sbarcare al Wimbledon per il desiderio del malcapitato di tornare a casa dai suoi cari.


L'INCREDIBILE VITTORIA IN FA CUP
Bisogna partire dall’estate del 1987.
In quei mesi Bassett lascia la panchina e viene sostituito da Bobby Gould.
Il nuovo allenatore si guarda bene dal rivoluzionare lo stile di gioco e continua a riproporre la ricetta del predecessore.
In campionato le cose vanno abbastanza bene.
A fine stagione si chiude al settimo posto.
Posizione onorevole.
La gloria arriva da un’altra parte.
È la F.A. Cup la grande occasione.
In successione vengono eliminate West Bromwich Albion, Mansfield Town, Newcastle, Watford e Luton Town.
La finalissima si gioca, come sempre, nel vecchio Wembley, il 14 maggio del 1988. L’avversario è di un certo pregio. È il Liverpool che, per blasone, tradizione e reali mezzi tecnici (quell’anno i Reds vincono senza problemi il campionato), non può non essere il favorito.
Il Liverpool gioca bene, ma non riesce a sfondare.
Al minuto 36 l’arbitro assegna un calcio di punizione laterale per il Wimbledon.
Wise mette al centro, Sanchez anticipa tutti e segna.
I Reds provano in tutti i modi a pareggiare. Invano.
Al ’61 avrebbero la grande occasione. John Aldridge si guadagna un calcio di rigore.
Lo batte lui stesso, ma la traiettoria del tiro, forte e angolata, viene intercettata da Beasant.
Finisce 1 a 0.
Al triplice fischio, John Motson, il commentatore della BBC che sta seguendo la partita, pronuncia una frase che rimane storica: «The Crazy Gang have beaten the Culture Club!».
Quel modo di dire, Crazy Gang, entra a far parte del linguaggio sportivo comune e diventa il soprannome con cui quella squadra viene ancora oggi ricordata.
Dopo quell’inatteso trionfo, il Wimbledon resiste in massima serie per altri dodici anni, senza però ripetere certi successi.
Al termine della stagione 1999-2000 retrocede.
Rimane qualche anno in seconda serie.
Nel giugno del 2002 viene reso nota l’intenzione della dirigenza di spostare la squadra in un’altra cittadina.
Ci si trasferisce a Milton Keynes, a 90 kilometri da Wimbledon.
I tifosi la prendono malissimo e alcuni di loro fondano un nuovo Wimbledon.
Ora il Milton Keynes Dons F.C. (il diretto erede del vecchio Wimbledon) gioca in League One, terzo livello del calcio inglese, mentre l’AFC Wimbledon (la squadra creata dai tifosi), partendo dai dilettanti, negli anni è arrivato in League Two, una serie più in basso.
Ci vorrebbe poco affinchè nei prossimi anni le due squadre si ritrovino l’una contro l’altra in campionato. Sarebbe una partita strana.
Un derby particolare.
Pazzo, ovviamente.
Beh, trattandosi di Wimbledon tutto normale, no?


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mercoledì 7 maggio 2014

La Storia Di Joey Barton (Aneddoti, Risse, Arresti)


“Per 32 anni ho cercato di capire me stesso, questo mi ha portato anche in carcere. Se fossi stato una persona equilibrata non sarei mai diventato un calciatore di alto livello, l’energia oscura che mi porto dentro è stata fondamentale”


Joey Barton nasce a Liverpool nel 1982, ad oggi(maggio 2014) gioca nel QPR, dopo essere finito in prestito al Marsiglia in Francia.
Inizia la sua carriera nelle giovanili dell'Everton, poi passa al Manchester City dove gioca dal 2002 al 2007, poi si trasferisce a Newcastle dove gioca sino al 2011.
Infine a Londra, a Loftus Road, nel Queens Park Rangers.
Poi finisce in prestito appunto al Marsiglia, per poi ritornare nel 2013/14 al QPR.
Centrocampista dai piedi educati e molto tecnico che purtroppo nel corso della sua carriera si è contraddistinto più per le bravate fuori(e dentro) dal campo che per la sua indubbia bravura.
Irriverente, maleducato, sarcastico, violento, fiero, criminale, orgoglioso, fuori luogo.
Il baronetto, attualmente in forza al QPR, è tutto e il contrario di tutto.
Ripercorriamo anno per anno, tutte le sue bravate.


GLI INIZI
A 14 anni i genitori si separano e Barton si trasferisce con il padre, costruttore di tetti, a casa della nonna materna.
Quest’ultima convince il nipote a studiare non seguendo la strada caratteristica del quartiere poco raccomandabile nel quale vivevano, dove però i ragazzi dell’età di Joey facevano della droga l’unico passatempo.
Barton grazie a lei non cade nel tunnel della dipendenza da stupefacenti ma le sue frequentazioni sicuramente non erano ciò che di meglio ci si potesse aspettare.


LA RISSA CONTRO IL DONCASTER e LA SIGARETTA NELL'OCCHIO DI TANDY(2004)
Il 25 luglio 2004 quando giocava per il Manchester City scatena una megarissa in una partita amichevole contro il Doncaster Rovers venendo espulso ma è al party natalizio del team che comincia la vera escalation delle follie del ragazzo di Liverpool: Jamie Tandy, un giocatore del settore giovanile, in preda ai fumi dell’alcol, tenta di dare fuoco alla camicia di Barton che per tutta risposta gli spegne una sigaretta nell’occhio beccandosi 60.000 sterline di multa dalla società.


ARRESTATO IL FRATELLO MICHAEL BARTON PER OMICIDIO(2005)
Ovviamente ciò, non è direttamente collegato a Joey.
Stavolta protagonista non è Joey ma il fratello Michael, ai tempi 19enne, uno dei due ragazzi che la polizia ritenne abbia avuto a che fare con l' omicidio a sfondo razziale di Anthony Walker, diciottenne ucciso a Huyton, vicino a Liverpool, con un colpo d'ascia alla testa.
Una sfilza di insulti perché Anthony era con una ragazza bianca (la sua fidanzata Louise), il tutto si chiuse con un colpo così violento da aprirgli il cranio.
Dalla sera del delitto Michael risultò introvabile.
Assieme a lui scomparve anche Paul Taylor, ai tempi 20enne, buttafuori occasionale, cugino di Michael e compagno inseparabile di giornate vissute fra una birra al pub e una partita a pallone nel parco di McGoldrick, dove Anthony venne ammazzato.
La «gang» di quelle giornate contava altri ragazzi di Huyton.
Per esempio Karl, diciassettenne e fratello di Paul Taylor, arrestato subito dopo l' omicidio e rilasciato ieri su cauzione.
E' tornato in libertà su cauzione anche l' altro arrestato, 18 anni, del quale non si conosce il nome, mentre restano in carcere gli altri due indagati, di 26 e 29 anni.
La «gang dei disoccupati», come la chiamano a Huyton, viveva con poche sterline in tasca ma sognava gloria.
La stessa che Michael aveva imparato a conoscere dal fratello calciatore.
Come i cugini Karl (espulso da scuola per aver aggredito l' insegnante) e Paul (uscito da poco di prigione) anche Michael non è mai stato uno studente modello e ha già avuto qualche guaio giudiziario.
La giustizia inglese chiuse così il triste caso di cronaca: Anthony Walker, descritto come ragazzo modello, impegnato presso la Grace Family Church, stava raggiungendo la fermata dell'autobus della fidanzata per recarsi al culto.
Michael Barton, fratellastro di Joey, ha incominciato a insultarlo.
Walker lo ha ignorato, ma Barton pochi minuti dopo è tornato armato di uno scalpello, insieme al cugino Paul Taylor, colpendo alla testa Walker che poche ore dopo è spirato all'ospedale.
I due sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio aggravato dalla motivazione razzista, dovranno scontare in carcere rispettivamente un minimo di 17 anni e 8 mesi e 23 anni e 8 mesi.


LA RISSA IN TAILANDIA E LE BOTTE CON UN TIFOSO DELL'EVERTON(2005-2006)
Torniamo a parlare di Joey.
Nel maggio del 2005, Barton rompe la gamba di un pedone 35enne mentre guidava la sua auto nel centro di Liverpool intorno alle 2 di notte.
Nella pre-season 2005/2006 viene rispedito a casa dal ritiro in Thailandia dopo aver preso a botte un quindicenne tifoso dell’Everton che lo stava insultando (120.000 sterline di multa) e dopo aver litigato con il suo compagno di squadra Richard Dunne.
In autunno entra in una scuola per il controllo della rabbia, la clinica Sporting Chance.


LE PROVOCAZIONI AI TIFOSI AVVERSARI(2006)
Sicuramente meno gravi di altri episodi ma son rimasti famosi gli striptease e il sedere mostrato ai tifosi del Blackburn e dell'Everton.
Più altre provocazioni qua e là(come il gesto che mima l'assunzione di sostanze stupefacenti "io mi buco nelle vene").


L'AGGRESSIONE DEL TASSISTA A LIVERPOOL E LE BOTTE CON DABO(2007)
A marzo 2007 viene accusato di aggressione ad un tassista di Liverpool ma la cosa peggiore avviene poco dopo quando al seguito di una lite in allenamento, aggredisce il compagno Ousmane Dabo colpendolo ripetutamente al petto e soprattutto al volto.
Il giocatore francese, rimasto incosciente, venne portato d’urgenza in ospedale con profonde ferite al volto ed un distaccamento della retina dell’occhio sinistro.
Dopo la denuncia e il processo il giocatore è stato condannato a 4 mesi di carcere con pena sospesa, 3.000 sterline di risarcimento a Dabo e spese processuali.
A questa si aggiunge la condanna della federazione per condotta violenta e squalifica per 12 partite con multa di 25.000 sterline.


LE RISSE A NEWCASTLE(2007-2011)
Lasciata Manchester, Barton approda al Newcastle per circa 6 milioni e mezzo di euro ma le premesse non sono delle migliori: squalificato dopo condotta violenta in amichevole contro il Carlisle United, durante la season è protagonista di un intervento folle ai danni di Etuhu del Sunderland.
Dopo aver apertamente criticato dei compagni di squadra il 27 dicembre 2007 viene arrestato dalla polizia in seguito ad un incidente avvenuto alle 5.30 del mattino: Barton si rese protagonista di un’altra aggressione.
Un video di sicurezza lo filma mentre prende a pugni un uomo e fa saltare i denti ad un ragazzo assieme a fratello, cugino e fidanzata del cugino.
Si dichiara colpevole e ammette problemi con l’alcol, viene condannato e trascorre 77 giorni di detenzione (rilasciato il 28 luglio 2008).
Sempre nel 2008, viene squalificato per 6 giornate dopo gli epiteti razzisti rivolti ad Agbonlahor dell’Aston Villa.
Il rientro in campo contro l’Arsenal coincide con una lite con Nasri.
Dopo altre espulsione e comportamenti violenti, litiga con Ian Dowie ed Alan Shearer (che aveva sostituito Sam Allardyce alla guida dei Magpies) e termina la stagione con la retrocessione in Championship.
Il Newcastle lo sospende per via del litigio con Shearer.
Nonostante ciò rimane a Newcastle in Championship e poi torna in Premier.
Nel novembre 2010 Joey, a gioco fermo, sferra un pugno a Pedersen del Blackburn, un mese dopo accuse omofobiche e gestaccio a Fernando Torres.
L'11 dicembre seguente, in una sconfitta 3-1 contro il Liverpool, a gioco fermo, fa un gesto osceno nei confronti di Fernando Torres e lo insulta in modo razzista.
Il 5 febbraio 2011 Barton al 50', sul punteggio di 0-4 per l'Arsenal, provoca l'espulsione del centrocampista avversario Abou Diaby: in seguito a un contrasto violento effettuato da Barton, Diaby reagisce prendendolo per il collo e buttandolo a terra e l'arbitro espelle Diaby.
In superiorità numerica il Newcastle riuscirà a raggiungere l'incredibile 4-4.
Il 1º agosto 2011 il Newcastle inserisce Barton tra i giocatori in vendita e il 13 agosto successivo, nella sfida contro l'Arsenal (0-0), Barton prima scalcia Alexandre Song durante un'azione, provocando la reazione di Song che gli pesta un polpaccio, gesto che costa al Gunners tre giornate di squalifica, poi se la prende anche con Gervinho, riuscendo a farlo espellere alla sua prima partita in Premier, nuovamente per reazione.


I LITIGI CON AGUERO E TEVEZ A LONDRA(2012)
Dopo esser stato allontanato dal Newcastle, viene comprato dal QPR.
Rimangono famosi i colpi sferrati a Tevez (gomitata) e Aguero (ginocchiata) durante l’ultima giornata della stagione 2012/2013 nel giorno in cui il City riesce a conquistare il campionato mentre il Queens Park Rangers si salva grazie al pareggio dello Stoke in casa con il Bolton.
Barton riceverà 12 giornate di squalifica e 75mila sterline di multa.


IL PRESTITO IN FRANCIA E GLI INSULTI A THIAGO SILVA E AI BRASILIANI(2013)
Poi finirà in prestito al Marsiglia, dove avrà modo di litigare con Ibrahimovic nella sfida contro il Psg(insultandolo per il suo naso).
Dai tifosi marsigliesi è stato molto amato e soprattutto divenne uno dei punti di riferimento della squadra segnando anche diverse reti.
Faranno scalpore anche alcuni suoi messaggi su Twitter.
Dopo avere definito Neymar "il Justin Bieber del calcio, buono solo su YouTube", egli sposterà il mirino su un altro giocatore brasiliano scagliandosi contro Thiago Silva con una serie di tweet offensivi.
Il difensore del Psg viene definito da Barton "un altro brasiliano sopravvalutato" e un "ciccione".
In un crescendo di insulti, Joey arriva a mettere in dubbio persino l'identità sessuale dell'ex milanista: "Sei già operato o no?", domanda Barton, che accompagna il suo post con l'hashtag 'transsexual'.
Tutto sembra nascere proprio dalle pesanti critiche rivolte da Barton a Neymar: "Ottimo su Youtube, ma dal vivo è pipì di gatto", è uno dei giudizi al vetriolo da lui espressi sull'ex giocatore del Santos.
Frasi a cui Thiago Silva, compagno di nazionale di Neymar, ha replicato altrettanto duramente in conferenza stampa.
"Un giocatore del Marsiglia, di cui non ricordo il nome, parla male di Neymar, del calcio brasiliano e di Ibrahimovic. Siccome nessuno parla di lui, forse pensa che sbavando dietro ai grandi calciatori ci si accorgerà della sua esistenza. Non riesco a ricordare una partita contro di lui in nazionale", ha affermato Thiago Silva.
Da qui, la nuova invettiva di Barton: "Thiago Silva. La stessa fighetta infortunata per tutta la stagione.
Un altro brasiliano sopravvalutato. Cura i tuoi muscoli, ciccione", si legge in un tweet.
Per finire con un'altra raffica di insulti: "Sei già operato o no?". "Mi sconcerta, da che parte va? E' un uomo che diventa donna o viceversa? E' impossibile uscirne".



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La Storia Di Jovan Belcher: Omicidio e Suicidio (NFL)

Jovan Belcher, nasce il 27 luglio del 1987 e diventa linebacker dei Kansas City Chiefs nel 2010.
Era un inside linebacker, per essere precisi.
E se vogliamo andare ancora più nel particolare era quello che in gergo viene chiamato un “2-down ‘backer”, perché utilizzato solitamente nei primi due down, vista la sua attitudine a stoppare le corse, per essere tolto nelle situazioni di terzo down, quello solitamente dove nella maggior parte dei casi ci si affida al gioco aereo.
Belcher aveva firmato a marzo del 2012 il suo primo contratto: un annuale da 1,927 milioni di dollari.
Jovan non venne scelto al draft dopo i quattro anni di college alla University of Maine, tutt’altro che l’elite del college football.
Firmato come undrafted free-agent dai Chiefs, Belcher era riuscito a ritagliarsi contro pronostico un posto in squadra al termine del training camp come linebacker di riserva e giocatore degli special teams. Sostanzialmente il gradino più basso della scala sociale dell’NFL, ma già un successo per coloro che non vengono selezionati nei 7 rounds del draft.
Poi nei primi 3 anni di carriera Belcher aveva lavorato duro e si era guadagnato i gradi sul campo, diventando uno dei due ILB titolari dei Chiefs e l’annuale da quasi 2 milioni di dollari.
Un discreto giocatore con una carriera, insomma, in costante ascesa sino a dicembre 2012, quando successe il fattaccio.


L'OMICIDIO E IL SUICIDIO
Jovan uccise la propria fidanzata e madre della loro figlia di tre mesi, la 22enne Kasandra Perkins e poi si suicidiò sparandosi un colpo in testa nel parcheggio del proprio stadio, davanti agli occhi del suo allenatore Romeo Crennel, del general manager Scott Pioli e del coach dei linebacker Gary Gibbs.
Una tragedia immane e le cui spiegazioni sono ancora lontane dall’essere trovate, se mai ci saranno e si riuscirà a capirle.
Sembra che comunque tra i due la relazione fosse abbastanza degenerata, comunque non un motivo valido per quello che è successo.


DOPING?
Il problema degli steroidi sicuramente non si pone in NFL, ma la lega sta alzando sempre di più il livello dei controlli.
Alla prima positività per PEDs (performance-enhancing drugs) si viene sospesi 4 partite, senza stipendio. Al secondo test positivo, stop di un anno senza stipendio.
E Belcher non era mai stato sospeso, mentre diversi suo colleghi sono caduti sotto la scure del commissioner Goodell durante la stagione.
E no, Belcher non può nemmeno essersi salvato dalla squalifica perché scampato fortunosamente ai test: il nuovo contratto collettivo prevede che tutti i giocatori NFL siano controllati almeno una volta durante il training camp e/o la pre-season.
Poi, durante la stagione, ogni settimana ne vengono sorteggiati 10 per squadra da testare.
Ergo Belcher è stato sottoposto al controllo almeno una volta quest’anno, se non di più.
Poi sull'effettiva capacità dei test Antidoping di trovarti dopato, si apre un capitolo a parte.
Ma questo vale per qualsiasi sport(calcio compreso).

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venerdì 2 maggio 2014

La Storia Di Latrell Sprewell: La Lunga Squalifica e La Bancorotta (NBA)

Ritenuto da sempre una delle guardie più talentuose dell'intera NBA, Latrell Sprewell nasce a Milwaukee nel 1970.
Arriva nella Lega come ventiquattresima scelta assoluta nel 1992, scelto dai Golden State Warriors.
Alle spalle, una carriera universitaria divisa tra un piccolo ateneo del Missouri e la ben più nota Alabama. Dopo una buona prima stagione da rookie, esplode inaspettatamente agli occhi di tutti nella seguente, in cui è selezionato per l'All-Star Game.
Quell'anno gli infortuni di Tim Hardaway, Marciulionis e Mullin gli permettono di giocare per 43 minuti di media, più di tutti nella Lega.
Ma sono l'atletismo, la velocità, il difendere in maniera asfissiante e le doti realizzative a portarlo alla ribalta. Alla fine di quell'anno, infatti, è nominato nel primo quintetto NBA, occupando il posto di un certo Michael Jordan che lo occupava da otto anni.
Nel 1994-95 iniziano però i problemi nello spogliatoio: il suo grande amico Chris Webber è ceduto a Washington ma ciò non gli impedisce di partecipare ad un'altra gara delle stelle, partendo questa volta nello starting-five.
Negli anni successivi, Sprewell mantiene sempre alto il suo rendimento, fino ai record di punti segnati (46), assist (13) e rimbalzi catturati (13) in una singola gara, tutti risalenti al 1996-1997, collezionando un'altra presenza da All-Star.
Ma altre nubi si addensano sul futuro di Spree: la convivenza con Tim Hardaway diventa impossibile, fino alla cessione di quest'ultimo a Miami.
Come si vede, la vita sportiva non è tutta rose e fiori, anzi.
In lui aumenta la frustrazione per non potersi giocare il titolo: i Warriors, eccetto Spree ed un Webber ancora immaturo, sono sempre stati poca cosa.
Rare le apparizioni ai playoffs, teatro per di più di cocenti delusioni.


LO STRANGOLAMENTO DEL COACH
Si arriva così al "fattaccio" che cambia la vita di Latrell: il 3 dicembre del 1997, durante un allenamento che seguiva una delle ormai abituali strisce perdenti di Golden State, l'allenatore PJ Carlesimo dà vita ad una delle sue famose sfuriate, apostrofando pesantemente Sprewell, reo a suo dire di non impegnarsi abbastanza. La reazione è immediata, con il giocatore che prende per il collo il suo coach, sollevandolo da terra.
I due sono divisi  ma Sprewell continua negli spogliatoi, tra minacce di morte e tentativi di una nuova aggressione.
Tutto finisce ovviamente sul tavolo di David Stern e quindi della commissione disciplinare della NBA.
La squalifica arriva presto: un anno di squalifica(68 partite), ovviamente non retribuito.
Subito tutte le aziende che sponsorizzano Spree rescindono i relativi contratti.
Sprewell diventa il nemico pubblico numero uno per il buonista popolo americano, rappresentando tutto ciò che di disprezzabile esiste nello sport.


LA RINASCITA A NEW YORK
Sembra la fine: chi vorrà ancora Sprewell in squadra?
Si parla di Europa ma nel "sottobosco" alcuni team stelle e strisce si interessano ad un possibile ingaggio ed intanto incombe il temuto lockout, che arriva puntuale poco dopo chiudendo per mesi il circo NBA.
I Knicks si fidano di lui precedendo Miami.
La scintilla tra Sprewell ed il suoi nuovi tifosi è già scoccata. Sul Latrell-giocatore di basket, i dubbi non svaniscono subito ma questa volta è la sorte a metterci lo zampino: frattura da stress al tallone destro, dopo soli due incontri della "short season".
Resta fuori per tredici gare e la stagione per i Knicks è a dir poco altalenante, tanto che la qualificazione ai playoffs arriva sul filo di lana con l'ultima posizione disponibile.
I detrattori avanzano ancora dubbi, questa volta sulla non abitudine di Latrell a giocare in partite che contano veramente.
Per tutta risposta, diventa uno degli artefici della cavalcata verso la Finale NBA, persa contro San Antonio. Le ultime nubi sul nuovo Spree si diradano, New York è ai suoi piedi.
La successiva stagione consacra definitivamente Sprewell come "Re del Madison Square Garden".
Patrick Ewing, l'uomo franchigia da più di un decennio, è ormai logoro ed un peso per la velocità del gioco imposto dal trio Houston-Camby-Spree.
I Knicks sono fermati in finale di conference da Indiana, serie giocata stoicamente da Spree con una microfrattura al piede.
Tutte le sconfitte arrivate per mano di Miller e compagni coincidono con la presenza di "Big Pat" in mezzo. Sprewell parla chiaro come al solito e si espone: "Le statistiche non mentono".
Così, più o meno velatamente, scarica il suo centro.
Nell'estate seguente, infatti, Ewing è ceduto: se è possibile, New York diventa ancora più sua.
Gioca prevalentemente da guardia tiratrice, ma il suo talento gli permette di giocare in tre ruoli, non senza pro e contro: da playmaker, dove ha una leggera difficoltà a palleggiare di sinistro e quando può tira immediatamente escludendo forse un pochino i compagni; è comunque un gran passatore ed in attacco può abusare in post basso degli avversari.
La guardia è ovviamente il ruolo più adatto ed in cui ha sempre giocato.
Ma il ruolo nel quale è utilizzato è quello di ala piccola, dove subisce però il peso di avversari più prestanti, ma che bilancia con la sua atleticità e con il dinamismo.
Negli spogliatoi è stato il leader insieme al capitano Larry Johnson ed ha sempre avuto una parola buona od un consiglio per il compagno in difficoltà.
Per quanto l'NBA abbia voluto boicottarlo in nome di una Lega pulita, fatta di bravi ragazzi, Sprewell ha ottenuto, di fatto, la piena assoluzione anche da tutti gli appassionati di basket, che lo hanno votato per altri All-Star Game.
In una realtà vincente come quella dei Knicks probabilmente è uscito il vero Sprewell.
Latrell ha sbagliato, ha pagato, per poi riprendersi la gloria che un campione come lui merita.
Il sogno di ogni tifoso newyorkese era quello di vedere sventolare, un giorno, la canotta numero otto appesa al soffitto del mitico Madison Square Garden.
Un general manager inetto ed una dirigenza miope hanno invece spezzato quel sogno, mandando Spree lontano, in Minnesota, in cambio praticamente di nulla.
Anche qui, l'ipocrisia aveva vinto in nome di facce pulite, ma perdenti.
Nel 2005 il ritiro.


ALTRI PROBLEMI CON LA LEGGE
Era il 2005 e Latrell aveva detto stop dopo 13 stagioni nel campionato di basket più famoso del mondo. Spree ha continuato a vivere, lontano dal parquet, collezionando debiti.
Troppi.
Tanto che nel giro di un mese è stato costretto a vendere il suo yacht perché non riusciva più a permettersi di pagare l'assicurazione e l'appartamento che aveva comprato a Milwaukee nel 1993.
Non basta, perché l'ex T'Wolves deve ancora circa 300mila dollari alle banche.
Una testa che come detto tendeva a scaldarsi: come quando picchiò la sua fidanzata davanti ai figli o quando venne accusato di violenza sessuale nei confronti di una 21enne a bordo del suo yacht, in seguito venduto.
Colpa come detto dei debiti e forse di quel gran rifiuto al prolungamento del contratto.
In seguito l'ex giocatore viene scortato ancora una volta in carcere con l' accusa di disturbo alla quiete pubblica.


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La Storia Di Ray Lewis e L'Omicidio (NFL)

Ray Lewis nasce in Florida, a Bartow nel 1975.
185 cm per 110 kg di peso.
Ray gioca a football fin da bambino alternandolo al wrestling, facendo intendere fin da subito di essere un guerriero.
Frequenta l'università di Miami dove diventa All American e nel 1996 viene scelto dai Baltimore Ravens, di cui vestirà la maglia per tutta la carriera.
Atleta devastante, dotato di agilità e rapidità non comuni per un uomo della sua stazza, competitore nato, cattivo dentro e fuori dal campo.
Una capacità straordinaria di leggere gli schemi offensivi avversari, di essere sempre nella posizione corretta di campo per piazzare un sack o un tackle decisivo o addirittura per intercettare il pallone lanciato dal quarterback avversario.
L'anno successivo, il 1997, vede già Lewis affermarsi come uno dei top linebacker della Lega: 184 tackles gli permettono di guadagnare la prima di una lunga serie di convocazioni al Pro Bowl.
Gli anni successivi sono una escalation fatta di grandi numeri.
Grazie a lui la difesa dei Ravens diventa tra le più forti di tutti gli anni 90 e 2000 e probabilmente tra le più arcigne di tutti i tempi.
E' il 2000 l'anno della consacrazione totale.
I Ravens vincono il Superbowl e Lewis si porta a casa titolo di MVP della finale (prima volta per un difensore) e titolo di miglior difensore della NFL.
Si ripeterà nel 2003 rimanendo sempre su altissimi livelli fino ai giorni nostri.
Ovviamente negli ultimi anni la sua fisicità è un poco calata ma non esiste attacco nella NFL che non tema i blitz di Lewis e la sua innata capacità di leggere le situazioni offensive.


L'OMICIDIO
A Baltimora è considerato una specie di monumento cittadino.
Re assoluto di una città che per anni si è identificata in lui.
Città difficile Baltimora, tra le più pericolose degli States, con un tasso di criminalità e di omicidi elevatissimo.
Amato dai compagni per la devozione e l'impegno, odiato e temuto dagli avversari per la sua fisicità, la lingua tagliente e per i suoi atteggiamenti dentro e fuori dal campo.
Una personalità forte la sua, a volte fin troppo, che non gli ha risparmiato guai e problemi nel corso della sua carriera.
Purtroppo come in tante storie della NFL c'è anche un lato oscuro nella vita di Ray Lewis, una vita non sempre lineare.
Nel football americano è molto sottile la linea che separa il bene dal male e molto spesso i giocatori si trovano in situazioni che poco hanno a che vedere con lo sport.
Il 31 gennaio 2000 durante i festeggiamenti per la vittoria del Superbowl, Ray e alcuni amici sono stati coinvolti in una mega rissa in cui Jacinth Baker e Richard Lollar sono stati accoltellati a morte.
Tre amici di Lewis sono stati accusati dell'omicidio, ma la posizione dello stesso Lewis non è mai stata chiarita.
I pantaloni macchiati di sangue di Ray non furono mai trovati e lui fu accusato di essersene liberato per sviare le indagini.
I suoi avvocati riuscirono a evitare che Lewis venisse incriminato per l'omicidio in cambio della testimonianza contro i suoi amici.
Fu accusato di ostruzione alla giustizia e falsa testimonianza.
Gli avvocati poi dimostrarono che si trattò di legittima difesa e Ray venne condannato a 12 mesi con la condizionale e multato di 250.000 dollari dalla NFL.
Fu una macchia nella carriera e nella vita di Lewis, che da allora cercò di ritornare sui binari giusti.
Il 29 aprile 2004 risarcì la figlia di uno dei due assassinati e dichiarò di volersi per sempre lasciare alle spalle questa brutta vicenda.


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La Storia Di Yasiel Puig e La Fuga Da Cuba MLB)


Yasiel Puig, ha 24 anni, è un transfuga cubano e dall'anno scorso gioca esterno-destro nei Los Angeles Dodgers.
I commentatori d’oltre oceano hanno finito gli aggettivi per descrivere questo fenomeno che nella prima settimana di Major League ha messo insieme 4 Home Runs, 10 punti battuti a casa e una media battuta addirittura di .464, diventando così il secondo miglior debuttante dell’era moderna (dal 1900 in poi).
Puig al suo esordio ha messo in mostra un mix di potenza dal piatto e di abilità nel gioco difensivo che gli ha permesso di garantirsi il posto fisso nel line-up dei californiani.
A Maggio 2014, gli Home Runs son diventati 24 con 128 hits.


LA FUGA DA CUBA
Puig, nato nel 1990 a Cienfuegos, ha iniziato a giocare nella Lega Cubana di baseball e nelle selezioni nazionali.
Durante una tournee è stato adocchiato dallo scout dei Dodgers Mike Brito.
In seguito il giocatore, probabilmente allettato dalle sirene americane, ha tentato 5 volte la fuga da Cuba ma senza fortuna.
Per questo motivo è stato punito e costretto a giocare in leghe semi-professionistiche.
Nel 2012 la fuga decisiva.
Alcune persone "sponsorizzano" la sua uscita dall’isola affittando per 10.000 dollari un motoscafo che lo trasporti a Cancun.
L’obiettivo è arrivare in Messico, chiederne la cittadinanza e poi dichiararsi free-agent sperando in un contratto con un team dell’MLB.
La fuga decisiva avviene grazie ad un prete, un boxer ed una pin-up girl che provano a vendere Puig a Pacheco(presidente di una delle bande più pericolose di Miami) per 250.000 dollari.
Brito viene a sapere che Puig è in Messico, fiuta l’affare e convince i proprietari dei Dodgers a sborsare la cifra record di 42 milioni di dollari per fargli firmare un contratto di 7 anni.
Un affare praticamente al buio, perché il management dei Dodgers lo vede all’opera solo per tre giorni e per giunta senza l’ausilio di alcun scouting-report.
Comincia così la carriera di Puig nel baseball che conta. Ad agosto del 2012 va a giocare nei Rancho Cucamonga Quakes in single A avanzato.
Nel 2013 si mette in evidenza durante lo spring-training battendo .526 nella Cactus League.
Incomincia la stagione con i Chattanooga Lookouts in double A.
Gli infortuni e la sorte fanno il resto.
Arriva la chiamata in prima squadra e l’esordio lo scorso 3 giugno al Dodger Park contro i San Diego Padres, con un ottimo 2/4 in battuta.
Il giorno dopo batte due home-runs.


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